ACT! Amiken o nemiken?

La ACT Music è un’etichetta tedesca il cui catalogo è zeppo di jazzisti, perlopiù nordeuropei, di grande valentìa.
La filosofia della casa è quella di dare la più ampia diffusione possibile al linguaggio jazz (…desire to push musical boundaries while reaching out to a wider audience with both authenticity and innovation at their core).

Strada, questa dell’arrivare a tanti, non priva di certi rischi.
Il bel suono ACT, morbido e caldo, piacevolmente “ruffiano” e abbastanza lontano dall’algida magnificenza aristocratica dei riverberi ECM (etichetta di Manfred Eicher, casa iconica del jazz, tedesca anch’essa) ci veicola spesso, a fianco di lavori veramente moderni e creativi, progetti un po’ troppo “smooth” (lèggasi jazz depotenziato), quando non intere produzioni le cui tracklist sono colme di riletture di successi pop in chiave jazzy (ovvero pop potenziato).

Volendo fare i candidi (prima educare, poi vendere), diciamo che questa seconda strada, probabilmente, potrebbe essere buona per inculcare qualcosa di più osé nelle menti di chi fugge armonie più complesse di quella di un sol che risolve in do: ti faccio una “Message in a bottle” o una “Here comes the rain again” con accordi semidiminuiti, none, tredicesime, sostituzioni alla vattelapesca col resto di due e vediamo se piano piano non ti porto ad ascoltare Miles Davis oppure Oscar Peterson.

Potrebbe funzionare, chissà.

A proposito di Oscar Peterson, gigante del pianismo jazz: nel suo ultimo quartetto militava lo svedese Ulf Wakenius, attualmente vichingo in forza ACT, gitarrist molto in odore patmethenyniano.

La “piacevolezza” seguente è un brano – stavolta – originale (o almeno quasi originale, visto il suono molto molto vicino a quello del succitato chitarrista del Missouri) scritto, oltre che dal Wakenius, da altri due nomi di punta del catalogo ACT: l’accordeonista francese Vincent Peirani e il contrabbassista, svedese anch’egli, Lars Danielsson:
(immaginiamo una botta di vita data da un modo maggiore, un tamburello, un sovracuto salentino che canta bellulamoreecilusapefà e la tarantella è bella e servita, è che i nordici hanno troppa bruma nel cuore…)

Il compianto Esbjorn Svensson, ACT flagship, morto veramente troppo presto, quello che aveva indicato la strada giusta per un jazz nuovo e bello:

Magnus Öström, batterista e compositore a cui il gioco della manipolazione della staticità metrica riesce particolarmente bene, erede spirituale di Esbjorn Svensson (per dire: dal min. 1:38 si ripetono cicli di ottavi così suddivisi: 3+4+3+4+5, per poi cambiare ancora e senza mai perdere fluidità e musicalità):

L’ultimissimo acquisto della scuderia tedesca è la polacca Natalia Kowalczyk in arte Mateo (nick non originale: si confonde con l’omonima attrice e sceneggiatrice spagnola).

Andando a curiosare fra le sue produzioni pre ACT ci si imbatte in un repertorio effettivamente poco spendibile al di fuori del mercato locale.

Il maquillage della casa tedesca, che mira a fare della Mateo una cantante dal potenziale commerciale più ampio, ci offre l’esempio del “lato oscuro” della strada della diffusione a grandi numeri del jazz; e quindi via a “The windmills of your mind” (bellissima invero), “Paparazzi” (non che ci volesse molto a migliorare l’originale, però…), “Walk on the wild side” (innocua ma non se ne sentiva la mancanza e poi il percussionista poteva spenderli due złoty per mezza lezione di Udu Drum), una saccheggiatina all’ultima Beth Hart prodotta da Joe Bonamassa (ehm… suvvìa…) e via discocorrendo (no, non è un refuso).

Invece, del vecchio repertorio sono rimasto particolarmente colpito da questa “Lato”, (Lato in senso di “Estate” in polacco, non il Gregorz Lato capocannoniere ai mondiali del ’74) canzone tradizionale di cui però non sono riuscito a trovare altre tracce in rete, ballad appena sussurrata e scarnissima: la linea melodica delle strofe è praticamente identica a quella di un brano d’autore brasiliano del 1927, “Sussuarana” (simile la melodia ma non l’armonia, che nel brano europeo è più rada e tende a “decolorare” l’atmosfera con toni più freddi, duri).

Hekel Tavares e Luis Peixoto, gli autori di Sussuarana, si saranno fatti un giretto in Polonia?
Oppure, al contrario, qualche emigrante polacco dopo anni di duro lavoro sudamericano ha messo insieme due reais, comprato il 78 giri per ricordo e, portandolo a casa, ha involontariamente dato vita ad un rigagnolo musicale capace di immettersi nel fiume della polska tradycja?

Chissà, visto che le note in numero di sette sono effettivamente pochine, molto probabilmente è solo un caso.

O forse no.
Comunque il bello della cultura è proprio l’essere un magma vivo che cammina e si mischia, erutta, brucia e rigenera, crea fiumi sotterranei e poi sale alla luce e ritorna giù in continuazione, aldilà di chi abbia influenzato chi e di come lo abbia fatto.
No border.

La Mateo in “Lato”, ovvero il concetto di “L’estate sta finendo e un anno se ne va” che hanno in Polonia… (amiamo e perdoniamo nell’ora del probabile successo quel pisquano del chitarrista, visibilmente ingolfato da vertigini psicosceniche):

La “Sussuarana” interpretata (con una insignificante stecca che ce le fa amare ancor di più) da due gigantesse della musica Brasiliana: Nana Caymmi e Maria Bethania (da notare come, a conferma che le palme da cocco non crescano sulle spiagge del Baltico, i lusofoni battano in calore gli slavicembali 6-0 6-0):

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