Wherever I lay my hornes that’s my home

In principio furono gli inni delfici, Euripide, Sicilo col suo epitaffio e poi scava e scava e scopri che la prima notazione musicale mai licenziata nella storia pare non fosse ellenica ma babilonese, una non meglio definita “canzone” incisa in caratteri cuneiformi su una tavoletta d’argilla ritrovata nell’attuale Siria.
Ère mesopotamica e greca, due fra le illustri scaturigini della cosiddetta civiltà umana, tra scrittura e filosofia, quest’ultima vieppiù occidentale.
Infatti la Grecia l’abbiamo scamazzata con l’euro ché con le bombe pareva brutto (il politically correct, signora mia) mentre la Siria così come l’Iraq e altri pezzi dell’antica terra tra i due fiumi stanno in mano a perfidi dittatori che non sanno mettere le posate in tavola e allora orsù bombardiamoli democraticamente ché il popolo abbisogna di bon ton (sempre quella cosa del politicamente corretto, in realtà l’unica formula per capire il West è la seguente: follow the money. Più che l’antropocene questa mi pare l’era del mentirocene).
Le culle della civiltà vanno giustamente cancellate perché se la modernità è diventata così allora è meglio dimenticare come avremmo potuto essere per via di ciò che siamo stati.
Se non altro per la vergogna.
Se Benigni (Benigni, sigh, quello che fa liberare i campi di concentramento dagli M4 americani) e Troisi fossero riusciti a fermare Colombo chissà che mondo avremmo avuto oggi.
Non che ce l’abbia con quei polli d’allevamento che sono i gringos ma è indubbio che attualmente i maggiori interpreti della simpatica tracotanza occidentale siano i loro Rockerduck e Scrooge McDuck.
Colombo, non potevi farti gli affari tuoi?
Forse è per questo che ho un’innata simpatia per i Vichinghi i quali, zitti zitti, l’America l’hanno “scoperta” per primi ma almeno hanno avuto la decenza di non dirlo a nessuno.
È vero che gli scandinavi sono la quintessenza dell’ “uomo bianco” ma in fin dei conti la Hybris attuale si declina in lingua inglese, mica in lingua norrena.
Dice: “ma sono razzisti”
Ci sono razzisti anche fra gli italiani, e quindi soprassediamo.
Fa freddo in Scandinavia, qualcuno dice che lì non sussistano le condizioni minime per la sopravvivenza umana.
Quel freddo che, secondo la teoria cinetica molecolare, rallenta il movimento delle particelle che compongono le sostanze e di conseguenza anche le sostanze che compongono il cervello dei musicisti.
Forse è per questo che la musica vichinga sembra sempre così placida e tranquilla.

Prendi lo svedese Jan Lundgren, per esempio, col suo tributo al conterraneo Jan Johansson; oppure Lars Danielsson, che continua a sfornare dischi a metà tra jazz e musica da camera; oppure il finlandese Iiro Rantala, pianista liricissimo (forse pure troppo, visto che a volte tende a Clayderman), il finnico ha inanellato una serie di dischi molto piacevoli, da quello in coppia col chitarrista Ulf Wakenius, a quello in trio col già citato Lars Danielsson e Peter Erskine, fino all’ultimo live in cui c’è una sorprendente versione del solito brano “saltatraccia”: ovvero la stra-abusata “Imagine” qui però declinata in una versione sofferta, psichedelica, che mi azzardarei a definire come un’ “immagine distopica di Imagine”.
Tutta gente che incide per la Act, benemerita, di cui già si parlò tempo addietro.
Musica popolare in chiave jazz, ovvero quello stile nato nelle perfide colonie della perfida Albione.
Scusate, ci risiamo, mi scappa sempre il piagnisteo no global ma se non altro il jazz e le relative musiche popolari moderne rappresentano oggettivamente il rovescio della medaglia di questo grande e tragico rifiuto a uno dei più saggi consigli della tradizione del mezzogiorno italico: “Statevi alle case vostre”.
Vabbè non esageriamo, la tendenza ad allargarsi è sempre stata caratteristica dell’umanità, vallo un po’ a dire ai conquistati dai romani, dai persiani, dagli ottomani ecc.
Pure i vichinghi non è che scherzassero.
Non sapevo (“Ciò che noi sappiamo è che, in un non modo stereotipato, nessuno sa nulla. Non puoi sapere nulla. Le cose che sai… non le sai. Intenzioni? Motivi? Conseguenze? Significati? Tutto ciò che non sappiamo è stupefacente. Ancor più stupefacente è quello che crediamo di sapere” tratto da The human stain, The american trilogy. Philip Roth, morto proprio oggi, in memoriam) non sapevo, dicevo, che il primo insediamento urbano di una certa rilevanza storica nella zona a cavallo tra Europa e Asia fosse merito dei vichinghi variaghi, gli svedesi Rus’, i quali colonizzarono gran parte del territorio al di qua degli Urali e fondarono Kiev, attuale capitale ucraina.
Quindi i russi di oggi, ex sovietici vincitori della II guerra mondiale e quindi scamazzatori di nazisti, prendono nome e un po’ di DNA da una tribù vichinga che fondò il più grande stato d’Europa a cavallo fra i X e l’XI sec. che ebbe per capitale una città che è attualmente guidata da neonazisti e che adesso rappresenta l’avamposto in chiave antirussa di quell’occidente che insieme all’Unione Sovietica aveva contribuito a sconfiggere i nazisti.
Scusate le ripetizioni, non sono io: è la storia.
E poi dice che uno…
Che bella cosa che è la storia, non impariamo mai un cazzo ma non si può negare che sia affascinante e a volte persino beffardamente divertente (e lasciamo perdere la sua tragicità).
Vabbè, torniamo a cose più leggére.
Le corna, il sudiciume, la rozzezza, l’altezza: lo stereotipo vichingo pare sia falso, non so se gli uomini avessero le corna (magari quest’immagine si è creata dopo la diffusione dei famosi documentari svedesi di verdoniana memoria…) ma certamente i loro elmi no, così come non dovevano essere particolarmente zozzi visto che gli archeologi hanno ritrovato diversi utensili atti alla cura del corpo, brutali lo erano come all’epoca lo erano tutti (Carlo Magno non è che scherzasse, per dire), così come erano alti nella media nordica dell’epoca, certamente più di noi mediterranei ma in linea con i coevi anglosassoni.
I drakkar sì, quelli erano veri, i mezzi navali con cui la gente della costa partiva alla conquista di terre e beni.
La gente della costa, perché quella dell’interno si “stava alle case sue”.
Infatti, a sprezzo del ridicolo, mi piace pensare che sia questa la differenza di stile fra due dischi di musica “più o meno folk” scandinava, nella fattispecie norvegese, usciti in questi ultimi due anni: quello più versato nel jazz di Sinikka Langeland, già ampiamente trattato qui, spirituale, celestiale, pacioso, strepitoso, raffinato, “stanziale” nel suo respiro riflessivo, e quello ammantato di pop del duo formato da Ivar Bjørnson ed Einar Selvik, decisamente più in linea nell’immaginario relativo a un’ipotetica musica da vichinghi tosti e conquistatori.
Non a caso i due vengono dal metal, e si sente: non nello stile (il disco è prettamente acustico) ma nella potenza, nell’energia.
Strumenti tradizionali come kravik-lyre, taglharpa, goat-horn, bronze-lure, flauti locali vari e hardanger-fiddle mischiati ai campionamenti dello sciabordìo delle acque sulle fiancate dei drakkar, drumset, chitarre acustiche e (poco) elettriche e tastiere (giustamente vichinghe anch’esse: le rosse svedesi Nord Clavia), voci massicce, così come le panze, le barbe e le ipotetiche dosi di alcol tracannate dalla band.
Interessante anzichenò, non stratosferico come il disco della Langeland ma piacevolmente potabile come una pinta di birra fresca fatta con le acque sorgive del grande nord

Inspira.
Camminiamo, seguiamo il filo del pensiero che si svela, il vento sale.
Respira.
Chiediamo alla mente di fuggire, di metterci al riparo.
Inspira.
L’occhio della mente ci mostra il suono, dentro la nostra testa.
Respira.
Dalla sua casa e dal suo porto il vento va avanti

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