No quiet on the eastern front

Ambo sulla ruota della musica buona grazie alla benemerita “Havana Cultura”, casa di coproduzione di belle cose fatte a Cuba.
Bellissimo il teaser di presentazione di “Palabras Manuales”, il disco della giovane rapera Danay Suárez.
Qualità vocale eccellente (a dir poco) e repertorio “pop oriented” decisamente adatto a una fruizione globale, rap, reggae, hip hop, ecc. registrazione del disco in terra straniera ma radici talmente piantate nell’isola che a farsi casa fuori la Danay non ci pensa nemmeno (e pure potrebbe…): “…Regresé a Cuba… …porqué aquí está mi casa. Aquí hay un contacto humano que es ne-ce-sa-rio, porqué fuera de el país había encontrado que las personas están demasiado aislada, a un punto que cuando están demasiado tiempo adelante a una persona, no saben como tener este enfrentamiento visual ¿porqué?… no sé… parece que se dejaran de usar los ojos, no sé…”
(…Sono tornata a Cuba perché questa è casa mia. Qui c’è un contatto umano che è ne-ces-sa-rio, fuori di qui ho notato solitudine e isolamento fra persone, a un punto tale che quando stanno di fronte l’uno all’altro per un po’ di tempo è come se non riuscissero più a sostenere il contatto visivo, come se si spegnesse loro lo sguardo…).
Senti una frase come questa e contemporaneamente senti Cupido che ti sfiletta el corazón.
Chi è stato da quelle parti mi capisce.
Ospiti importanti, Stephen, il secondogenito di Bob Marley, e Idan Rachel, stellina israeliana della pop world music mondiale.

Molto differente “Cubafonía” della più nota Daymé Arocena.
Qui siamo in ambito totalmente “autoctono”, più complesso, focalizzato sulla tradizione de la Isla Grande, rumba, latin jazz, mambo, bolero e altri stili coniugati però in chiave contemporanea.
Forse è un pochino esagerato quello che dice Gilles Peterson, inglesissimo producer, quando paragona l’artista della sua scuderia a gente come Cesaria Evora, Miriam Makeba ed Elza Soares, addirittura qualche critico in giro la presenta come un mix tra Celia Cruz e Aretha Franklin.
Vabbè, comunque “Cubafonía” è un disco che esce in maniera prepotente rispetto alla media, diciamo che il livello di piacevolezza è quasi alla pari con quello dell’ultimo discone di Roberto Fonseca “Abuc” (in cui, non a caso, la Daymé fu ugola ospite).
La Nostra non mi aveva del tutto convinto nell’occasione del primo lavoro “Nueva Era”, così come mi aveva lasciato abbastanza indifferente nel secondo EP, “One Takes”, a parte l’infuocatissima rumba finale costruita attorno a un pezzo di Burt Bacharach (!?), una delle rare volte in cui l’energia del guaguancó riesce a rimanere impigliata nel nastro.
Con “Cubafonía” è probabile che la carriera della simpaticissima cantora prenda finalmente il volo.
E poi quella risata… “I wish I had a recipe for my laugh to give people… …when I laugh i feel free. One of my mission in life is to show people how beautiful it is to laugh”
(Vorrei poter dare alla gente la ricetta della mia risata… …quando rido mi sento libera. Una delle missioni della mia vita è mostrare agli altri quanto sia bello ridere).
Ci si diverte da quelle parti, e i dischi di queste due signore veicolano emozioni in direzione gioiosa e positiva, in modi diversi fra loro ma comunque coerenti a ciò che uno si aspetta da posti come Cuba.

Se i Caraibi ispirano gioia, felicità e leggerezza il Baltico va in direzione ostinata e contraria.
Tristezza, malinconia e cupezza sono emozioni negative?
Mi azzardo a dire che se queste sono veicolate (bene) in musica allora sono emozioni, e basta.
E se la musica è ben fatta è certo che siano piacevoli, in maniera differente ma comunque piacevoli, e non poco, anzi.
Scrivo ciò per testimoniare lo strano bipolarismo musicale che mi sta assillando in questi giorni, con il lettore portatile che saltabecca random tra una palma da cocco e una gelida chiesa ortodossa semidiroccata.
Altri due dischi appena usciti, due formazioni particolari, due diverse coniugazioni di malinconia.
I tedeschissimi Masaa, capitanati però dal libanese Rabih Laoud, che fanno un jazz di grande eleganza, algido, scarno, quasi minimale, molto in linea con il concetto di Jazz contemporaneo nordeuropeo (vedi l’articolo sull’etichetta Act) ma con una discreta venatura orientale nelle melodie.
“Outspoken” è il loro nuovo album per l’etichetta Traumton, testi di grande levità e raffinatezza, in arabo e in francese, scritti e cantati dal Laoud (nomen omen, el laoud in castigliano cubano è l’equivalente del liuto arabo) il quale è anche appassionato di Haiku, e si sente.
Sciccheria il video navigabile, a parer mio non il brano migliore del disco ma purtroppo l’unico rintracciabile sul tubo.

Ancora più particolare è il bellissimo e straziante “In the beginning”, Stunt Records, del duo femminile Kira Skov e Maria Faust, cantante danese l’una e sassofonista jazz estone l’altra.
Registrato in una chiesa sconsacrata, in mezzo al nulla della più settentrionale fra le tre repubbliche baltiche, è un disco che scava nella memoria locale fatta di canti a lungo dimenticati che parlano di sconfitta, dolore, sottomissione e resa.
Il risultato è un collage sonoro affascinantissimo ispirato alle storie di quella terra abbandonata, dalle tragedie che i vari regimi che nel corso dei secoli hanno inflitto alla popolazione, all’annientamento delle tradizioni culturali locali ma, in fin dei conti, è anche un disco alla ricerca del perdono, un mix ipnotico di canti sacri ortodossi, di folklore estone e influenze occidentali, un ibrido assolutamente originale di musica densa e cupa (quei tappeti di fiati e quei cori) e storie di tradizione orale.
Bellissime le parole di Lenny Kaye, il chitarrista storico di Patti Smith qui in veste di critico musicale per “Rolling Stone”: … la ricerca musicale del duo è stata come un viaggio nel passato fatto durante lo svolgersi del futuro ma la musica che ne è venuta fuori è scaturita come tensione del presente. Incisa ed “eternizzata” dalla registrazione essa è divenuta un continuum spazio-temporale, un filo che collega lo ieri col domani, lo svelamento di una profezia… …questo è ciò che facciamo quando ricordiamo chi siamo, una traccia per il futuro, affinché quelli che verranno conosceranno noi, la nostra musica e la nostra anima di esseri umani, nota per nota…”.

Decisamente impressionante la differenza fra la visione del mondo di questa Europa malata e decadente e la solarità dell’America Caraibica.
Seppur immersi nella piacevolezza dell’ascolto, e visto quanto va succedendo in giro, non possiamo non domandarci se le tracce per il futuro per quelli che verranno dopo di noi saranno tracce di una società annichilita dal reiterarsi dei suoi propri stessi errori.

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