Danse mémoire, danse

In senso assoluto la musica non esiste.
Esiste secondo la nostra esperienza umana, così come la percepiamo in funzione della nostra capacità cerebellare di captare e decodificare onde, prodotte da un qualche fenomeno fisico, le quali si muovono attraverso l’atmosfera.
Una corda vibra, l’aria vibra, il timpano auricolare vibra e tutta questa agitazione vibrazionale viene trasmessa ai neuroni, i quali si organizzano in reti e mandano segnali a quella parte del cervello che ci fa sdilinquire o sdegnare a seconda degli schemi “di piacere” installati nella nostra memoria e che si sono formati nell’ambiente culturale in cui siamo cresciuti.
Siamo un mix di arte, storia e scienza e siamo perfetti per questo pianeta, non fosse per il fatto che l’alienamento e l’alienazione stiano crescendo di pari passo con lo sviluppo tecnologico: stiamo andando verso un transumanesimo, un ibridazione fra uomo e macchina, la fine dell’umanità; oppure, se proprio andrà ancora più storta, arriveremo al punto in cui dovremo fuggire su un altro pianeta (oppure torneremo alla clava e ricominceremo – forse – tutto da capo).
In entrambe i casi suddetti (supposti fantascientifici e fatti salvi i guai percepibili come “più seri”) mi chiedo se avremo ancora l’opportunità di percepire la musica così come è adesso, chissà.
Nella prima opzione non credo, i soloni del progresso tecnoscientifico vedono l’amigdala come un nemico, una roba che sarebbe da togliere già adesso, una zavorra inutile (l’amigdala è più o meno il centro emozionale del cervello, e senza la possibilità di provare emozioni non vedo a cosa serva organizzare suoni in funzione musicale, l’homo tecnologicus non fa nulla senza avere un tornaconto materiale, figuriamoci spirituale); nel secondo caso, dipende: dovremmo trovare una nuova casa con almeno la stessa densità dell’aria che abbiamo qua, allora chissà.

Peccato che il pianeta più papabile, Trappist-1d, stia a qualcosa come 40 anni luce di distanza.

E non sarebbero manco tanti: il fatto è che mi punge vaghezza che un’astronave che possa viaggiare alla velocità della luce sia ancora un pochetto di là da venire.
In ogni caso, non la vedo proprio bene bene, a meno che non prenda prestissimo piede l’ideologia della “decrescita felice” ma a dar retta a Georgescu-Roegen e a Latouche siamo in pochi, e quindi benvenuta clava per tutti.
Comunque, buona o cattiva che sia, è l’aria a darci la possibilità di godercela.

Aria che dai polmoni passa attraverso le corde vocali ed esce vibrando in magia polifonica còrsa degli incommensurabili A Filetta, aria che, forzata da un mantice, passa carezzando le ance ed esce vibrando in poesia dalla fisarmonica, in questo caso dal bandoneon, di Daniele Di Bonaventura, aria che, soffiata già in vibrazione dalle labbra serrate a mo di doppia ancia, passa attraverso un tubo a spirale e diventa musica bella di Paolo Fresu.
Dalla descrizione tecnica di come nascono i suoni ai nomi di chi e come questi suoni li produce e organizza ci passano vite, esperienze, mondi interi, universi interi.
Da quelli che la musica è matematica a quelli che la musica è emozione e magia.
Stavolta la virtus non stat in media, io sono fra quelli che la musica è sia scienza che mistero, emozione e magia che si basano su robuste basi fisiche e matematiche.
Una visione olistica quindi, l’unica visione che potrebbe permetterci di salvare noi stessi dal baratro sul quale ci stiamo affacciando sempre più velocemente.
Non vado oltre, rischio di diventare ancora più pesante di quanto non sia stato fino a ora

Per una recensione fine e colta di “Danse Mémoir, Danse”, l’ultimo formidabile disco del suddetto “trio”, vi rimando alla lettura del bell’articolo di Marco Maiocco su Il Giornale della musica.
Qualora non ne aveste voglia mi permetto di copincollare una puntuale citazione, relativa al contenuto testuale del disco, dell’ottimo, ottimo scriba:

“…Raccontare, raccontare finché non muore più nessuno. Mille e una notte, milioni e una notte… Così scriveva l’Elias Canetti del Libro contro la morte, volume incompiuto, epigrammatico, “disordinato” e “minimo”, eternamente in fieri, scritto per i morti, di cui noi tutti inevitabilmente viviamo, per salvarli o sottrarli, ancora per qualche istante, dalle fauci ingrate dell’oblio; un libro scritto in buona parte per opporsi alla prevaricante violenza del potere, che afferma se stesso, annientando gli altri…”

Siete arrivati fino qua, la recensione di Maiocco non l’avete voluta leggere, sentitevi almeno il disco, ecchediàmine… 🙂

Vogliatevi bene

Annunci

Un pensiero riguardo “Danse mémoire, danse

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...