Carneade paulistano

Il concetto di “World Music” mi pare abbastanza curioso: si potrebbe evincere che musiche diversamente etichettate non facciano parte di questo mondo.
Siamo circondati da note aliene e non lo sapevamo, o forse hanno provato a dircelo ma non lo abbiamo capito.

Categorizzare la musica è compito sempre un po’ scivoloso e approssimativo.
Quella proveniente dal Brasile, per esempio, nel “western mainstream” viene spesso presentata come “World”, è vero però che la MPB ha una personalità talmente spiccata che il suo “tag” ormai tende a un più specifico (per noi, ma ancora ridicolmente generico per gli autoctoni) “Brazilian Music”.
E la musica del paulistano lusoitalolibanese André Abujamra come la chiamiamo?

Brazilian World o World Brazilian Pop o World e basta ma che putacaso viene dal Brasile però in questo caso la provenienza geografica non è poi così importante?
Intendiamoci, fino a pochi giorni fa al pari di un novello Don Abbondio mi chiedevo “Abujamra, chi era costui?” (o meglio, chi è, essendo vivo e vegeto e pure ben pasciuto, a giudicare dalle foto).
Ho sentito il suo ultimo lavoro, “Omindá”, e l’ho scambiato per portoghese, visto il suo faccione caucasico e la musica che di brasiliano ha robuste fondamenta percussive e poco più (a un primo ascolto, poi il mood lusoamericano salta fuori per bene).
Tutto il resto è “World”, per l’appunto, nel senso di pop speziato in cui viene portato a compimento un minestrone di sapori musicali provenienti da parti diverse del globo.
Pietanza sonora che in genere “viene una zozzeria”, inascoltabile o al massimo “sciapìta”, ma nel caso peculiare pare invece riuscita in una “cosuccia” piuttosto carina e molto (ripeto: molto) ben arrangiata.

Niente di trascendentale, non siamo dalle parti della genialità irriverente di un Tom Zé, questo è solo un disco piacevole, leggero e ben fatto nella somma delle sue componenti “esotiche”.
Un disco che una volta si sarebbe definito “concept”, per via del tema testuale (il mare e volémose bene, anche qui niente di particolarmente impegnativo) e del tema musicale ricorrenti.
André Abujamra è figlio d’arte, musicista, cantante, autore di colonne sonore e attore.
C’è un che di cinematico in questo disco, in effetti, ma non nel senso di abuso di strumenti virtuali “semilavorati” come i VST orchestrali che tanto danno hanno fatto in giro (il penoso nuovo disco dei pur bravi còrsi Barbara Furtuna, per dire) ma un uso massiccio di una vera orchestra sinfonica il cui suono iperpresente, forse pure un filino troppo, e così ben articolato negli arrangiamenti sembrerebbe più pensato per il cinema che per un “semplice” disco pop.
Poi, al secondo o terzo ascolto, ci si fa l’abitudine e tutto rientra in una gradevole coerenza sonora: l’orchestra di Praga, il quartetto chitarra/basso/batteria/tastiere, la massiccia bateria de percussão spesso impegnata in formidabili 6/8 (nella seconda traccia le parti dei surdo vengono suonate dai timpani sinfonici, crossover interessante che dà una certa pacata solennità al furore allegro della batucada), il coro delle voci bulgare, gli strumenti e i canti arabi, gli strumenti indiani (compreso uno scioltissimo konnakol), la kora di Ballaké Sissoko, cantanti francesi, giapponesi, russi, “speaking voices” in inglese, arabo, spagnolo, Iddio sa cos’altro e ovviamente in portoghese, anche europeo per bocca dell’attrice Maria De Medeiros

Un sacco di roba molto ben suonante

L’ultima traccia, “Epílogo Omindá”, in verità il mio primo incontro con questo disco, mi ha “acchiappato” subito per via di un misterioso “deja entendu” che ha causato in questa smemorata capoccia un’accorata sospensione interrogativa “filosovietica”, fino al sollievo della rivelazione (dopo tanto invano scavare nella memoria mi sono aiutato ricostruendo la melodia al pianoforte, solo allora ho ricordato che sì, l’autore citato era russo ma la conoscenza del’episodio musicale era dovuta ai soliti tromboni albionici superstar): una lunga e articolata citazione storta, abbozzata, modulata nota per nota che piano piano va a delinearsi perfettamente nel fraseggio principale del secondo movimento, “Romance”, della “Leutenant Kije Suite Op. 60” di Prokofiev, melodia resa famosa da quel simpaticone di Sting in “Russians”, uno dei pezzi di punta dell’esordio solistico dell’ex Police, “The dream of a blue turtle”, 1985.

Se Abujamra fosse stato europeo questo brano sarebbe stato da prendere a esempio come unico “corridoio 5” che ci piace, quella follia della TAV che da Lisbona avrebbe dovuto o dovrebbe portare chissà quali merci fino a Kiev (a Mosca no che pare brutto, Putin cattivo, pipì, pupù, cacca).
I bambini amano giocare coi trenini, ma anche i sedicenti grandi, l’unica differenza è il costo dei loro giocattoli e i danni che ne derivano giocandoci.

(Altro esempio di inno affratellante paneuropeo potrebbe essere una canzone del formidabile bardo delle tribù germaniche Max Raabe, “Willst du bei mir bleiben” contenuto nel suo ultimo disco “Der perfekte moment… wird heut verpennt”: incipit bachiano – sublime – che va a fondersi con la melodia portante – meravigliosa – di “Pavane pour une infante défunte” di Maurice Ravel, francese, come noto.
Transalpini alemanni e galli, imparate come si fa a giocare in maniera costruttiva e soprattutto senza far danni, invece di tenere tutti i giocattoli per voi e lasciare con le pezze al culo noi poveri bambini mediterranei, brutti stronzi)

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