Di rughe e bellezza

“Sor Tentenna” è un’espressione romana che indica una persona particolarmente indecisa, niente affatto sicura nel tenere una rotta, qualsiasi rotta, che sia relativa a una scelta importante di vita o a una facezia (tipo la gestione di un blog, per dire…).
Avevo deciso di “arricchire” queste misere paginette, perlopiù musicali, con una rubrica nata sui social, lì piuttosto letta, come pare, e l’impressione avùtane è invece esattamente il contrario: impoverimento.
Le féisbuccàte lasciamole a Zucherberg, ho la presunzione di credere che questo blog, nonostante sia decisamente poco frequentato da chi scrive e figuriamoci da chi legge, sia cosa un po’ più seriosa e meritevole di coerenza “narrativa”.
Insomma, basta con gli anacoluti e i turpiloqui di “Derry come critica sociale e di costume” e torniamo alla musica, tamburi e pensieri sparsi, come era all’inizio.
Le quattro stupidate postate in comune con Facebook però le lascio qua sopra, a futura memoria del fatto che ogni “casa”, seppur virtuale, necessiti del suo linguaggio.
Non ho più scritto di musica perché non ne avevo voglia, nonostante ne abbia ascoltata una quantità che non saprei come definire se non: “E togliti quelle cuffiette, cazzo!” (Il turpiloquio dicevamo, vabbè, questo è niente).
Tutto quello che ho sentito l’ho interiorizzato senza aver avuto la pulsione di condividerne le impressioni, terapia “egoriferita”.
Perché sì, è vero, la musica aiuta a lenire la bassa pressione umorale, lo “zuccherino uditivo” funziona [Steven Pinker dixit, scienziato cognitivo canadese la cui affermazione ha causato qualche borbottìo negli ambienti di ricerca (qui, per saperne di più)].
Ogni tanto un nuovo “Eureka!” dei soliti capoccioni d’oltreoceano svela quel tepore nell’acqua già un tantinello conosciuto sin dai tempi della caverna (di Platone, almeno): ascoltare musica fa bene.
Non oso pensare a dove sarei ora se non avessi avuto questa compulsione, probabilmente a rota di psicofarmaci, o forse peggio, chissà, o forse solo un po’ più torbido, cupo e apocalittico.
Perché quel perfetto Sor Tentenna qual sono e fui non si limita a zigzagare senza costrutto nella blogosfera ma è cresciuto smarrendo tante di quelle rotte importanti che in confronto una barca alla deriva è una cosa che va dritta alla meta e un kamikaze è un solare ottimista dal futuro lungo e radioso.
E adesso la situation de vie comincia a farsi difficilotta anzichenò (vedo la portaerei nemica avvicinarsi, perdìo, qualcuno mi insegni come si fa a eiettarsi col seggiolino, o almeno a manovrare la cloche, ché io da solo proprio…).
E quindi la scarsa voglia di mettersi a scrivere.
E quindi la scelta – loffia – di rimpinguare le pagine del blog con “le allegre stronzate da Derry”.
E quindi la consapevolezza che fare uno sforzicino per postare articolesse musicali andava fatto, perché il lenimento non è dovuto solo dall’ascoltare musica (nonché dal farla: pur non avendo praticamente più occasioni per suonare rimango e rimarrò sempre un percussionista più o meno pronto alla pugna) ma anche dallo scriverne, almeno per me.
E quindi la curiosa contraddizione di ritrovare l’impulso da grafomane dopo aver sentito un disco il cui contenuto non è esattamente “una botta di vita”.
Mi piacciono le contraddizioni, gli enigmi paradossali, gli ossimori che si prestano così bene alla dissezione analitica onde cercare di capire meglio chi e perché siamo e dove allegramente si va (avendo come unico risultato ulteriore confusione, ovvio).
Marianne Faithfull, signori, “Negative capability”: discone.

Già dal titolo si capisce che è roba sostanziosa, lontana dalle quisquilie di certa musica leggera (intendiamoci, pure questa è musica leggera, pop it means popolare, sì, ma ce lo vogliamo mettere almeno un po’ di sale, capre maledette?).
Se ho ben capito: la negative capability definisce la capacità degli artisti di trovare il bello, di raggiungere la catarsi anche restando confusi tra dubbi e incertezze, contrariamente all’ottenimento dello stesso scopo attraverso vie logiche e razionali.
Espressione dovuta a Keats, con riferimento soprattutto al Bardo.
A prescindere dal concetto di catarsi e di artista la citazione mi pare coerente.
Metti su il disco e non fai in tempo a goderti il bel suono dell’acustica (malinconia in La maggiore, strano ma vero) che subito si alzano le frequenze di un’altrettanto struggente viola il cui fraseggio, indolente, introduce la voce inconfondibile della Marianna albionica: “Misunderstanding is my name/What I am is not a game… …Such a shame no way to live/But hard to get away from…”.
Ecco, cominciamo bene…
Testo schietto e gradevolmente amaro e musica che “acchiappa” in positivo, c’è un’aria familiare, un “non so ché non so chi” che si fa quasi certezza all’apparire del coro maschile, un già sentito e già piaciuto e ancora piacevole ed ecco che in mente si palesa Nick Cave, altro musicista dalla tavolozza a dir poco scura.
Tre (secondo me) i brani forti di nuova scrittura, la suddetta “Misunderstanding”, “The Gypsy Faerie Queen” dal contenuto vagamente “Wicca” e quindi probabilmente pensata dallo spilungone australiano sulla figura della “ragazzaccia con le tette grosse” amichetta degli Stones, e la sorprendente “Don’t go”, testo semplice, crepuscolare, un amore finito, il desiderio che continui, poi la melodia che si apre, pianoforte e flauto traverso che si rincorrono in un crescendo breve, intenso e suggestivo, si aggiungono le percussioni e al posto dell’esplosione musicale esplode la consapevolezza della perdita: “I do understand… …You must do what you wish…”.
Bello.

C’è anche un po’ di storia rivisitata: “As tears go by”, scritta nel ’64 dall’amata (biblicamente, così dicono) coppia Jagger/Richards per il debutto discografico della loro musa; del ‘65 la dylaniana “It’s all over now baby blue”, reinterpretata “a mestiere”; del ‘79 “Witches song”, ancora streghe, tratta da “Broken english”, album che vide rinascere la Nostra dopo anni di tossicodipendenza, vagabondaggio, anoressia e dolenzìe varie.
Belli anche gli altri brani, su tutti “In my own particular way”, pure molto “Nickcaveiano”.
Un disco definito onesto dalla stessa autrice, che mette a nudo le malinconie del tempo che passa, della maturità, un disco sincero, a cominciare dalla foto di copertina in cui la Faithfull ostenta con tranquillità un bastone per deambulare.
Mi piace anche per questo

per chi capisce l’inglese (poi con calma me lo spiegate, l’unica cosa che ho colto con chiarezza è “…I got wonderful dirty stories too…” Uh, mammamia!)

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2 pensieri riguardo “Di rughe e bellezza

  1. Ho sentito solo qualche brano dell’ultimo disco della sempre bella Marianne. Mi pare che siamo sui livelli dei sui ultimi lavori: ottimi.
    Una come lei, che è sopravvissuta a certe “cattive frequentazioni”, mi fa pensare ai bambini di una volta che, superata l’età critica della mortalità infantile, crescevano immuni da ogni malattia.

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