Fari allo xenofobo

Sento gente contraria all’immigrazione.
Il fatto è che dai tempi di quando eravamo (eravamo?) scigne che ce ne andiamo a zonzo per il pianeta piantando bandierine qua e là.
Vero è che quest’ultima ondata “Out of Africa” sembra avere un che di artificiale, di forzoso.
C’è un business importante su ‘sto mercato di carne umana e così qualche domanda uno se la pone.
Ma non è di questo che voglio parlare, non ho informazioni a sufficienza e scriverei solo cazzate.
Invece voglio spendere due parole per quelli già “accolti”, non necessariamente solo africani, e che mandano i propri figli a scuola.
La scuola, luogo di conoscenza per eccellenza.
Mi ha detto mio cuggino che è conoscendo l’ “altro” che si impara ad accettarlo.
Non è nemmeno necessario che l’ “altro” debba omologarsi in tutto e per tutto agli usi e costumi degli indigeni, le differenze culturali sono fermento di vita, conosciamo l’alterità e riconosciamo le eventuali diversità magari apprezzandole: se il rispetto reciproco è garantito finisce che ci si accorge che l’ “altro” è un essere umano, come più o meno dovremmo essere noi.
La conoscenza, dicevamo.
E qui casca l’asino.

Storiella n.1
Ogni anno in Italì, come in ogni parvenza di fine estate, un anno scolastico si sveglia e sa che dovrà correre più forte dei famigli autoctoni di neoscolari o verrà battezzato malamente con un grande cacamento di cazzo.
Ogni anno in Italì, come in ogni parvenza di fine estate, i famigli autoctoni di neoscolari si svegliano e sanno che dovranno correre più forte della gente normale che li vuole scommare di mazzate perché ci fosse una volta una che l’anno scolastico non debba incominciare senza grandi cacamenti di cazzo, nonostante le corse.
Insomma in Italì, come in ogni parvenza di fine estate, non importa che tu sia anno scolastico, famiglio autoctono di neoscolaro o gente normale, l’importante è che tu debba correre.
Inutilmente.
(Proverbio africano, quasi)

Storiella n.2
Vennero a prendere Tizio e non dissi A, vennero a prendere Caio e non dissi B, vennero a prendere Sempronio e non dissi C, ecc. ecc. infine vennero a prendere me ma erano finite le lettere dell’alfabeto.
(Martin Niemöller, più o meno)

(Meta)Citazione n.1
<< “..I pronomi! Sono i pidocchi del pensiero, – scrive Gadda ne La cognizione del dolore – Quando il pensiero ha i pidocchi, si gratta… …e nelle unghie allora ci ritrova i pronomi: i pronomi di persona…” ma così come Gadda conclude che l’io è il più lurido di tutti i pronomi, potremmo specularmente dire che lo è anche il noi. Anzi, che lo è a maggior ragione, nella sua capacità di disegnare cerchi invalicabili attorno alle aggregazioni identitarie…>>
(L.Cavalli Sforza, D.Padoan, Razzismo e noismo, Einaudi)

Considerazioni pseudoserissime
La categorizzazione degli esseri umani, la tassonomia dell’ “Io so’ io”, tende a danneggiare la vita sociale attraverso etichette di subumanità affibbiate all’ “altro”, al “diverso” (in genere tenderebbe a sterminarla, la vita dico, ma non è il nostro caso anche se è da qui che si può cominciare a fare danni seri).
Le etichette vanno a ledere il diritto alla “normale” esistenza di quelli che consideriamo untermenschen, o che nella simpatica storia del disprezzo umano sono stati considerati untermenschen: negroes, amerindi, armeni, palestinesi, giudii, zinghiri, ghèis, yemeniti, qualsivoglia straniero purché povero nonché solo poveri e basta, diversamente abili, terùn, piigs, potenziali mangiatori di brioches, e via giudicando dall’altro della propria incompetenza sociale o competenza economica pro domo propria.
Repetita juvant: si tratta di una semplice questione di conoscenza, termine italianamente subdolo, pernicioso quando non indica il normale senso di curiosità intellettuale e umana come giusto viatico per vincere le paure dell’ “alter” onde includerlo, anche solo temporaneamente e senza necessità alcuna che questi debba diventare per forza “idem”, nella tribù cui apparteniamo.
E se pure dopo un processo conoscitivo ‘sti stranieri continuano a farvi schifo allora mettete i vostri arianissimi pargoli in qualche scuola privata e amen.
Le tribù chiuse equivalgono alla reiterazione dei matrimoni fra consanguinei: alla fine si diventa scemi.

Citazione n.2
“…Lo sguardo della SS, il suo modo di fare sempre uguale, significava che per lui non esisteva nessuna differenza tra una faccia e l’altra dei prigionieri […]. Era il movimento stesso del disprezzo – la piaga del mondo – così come più o meno camuffato impera ovunque nei rapporti umani di tutto il mondo da cui eravamo stati tolti. Lì era solo più evidente. Noi davamo all’umanità sprezzante la possibilità di mettersi a nudo…”.
(Robert Antelme, La specie umana, Einaudi)

Pensate che stia esagerando?
Non credo e comunque: solidarietà ai disprezzati.

Corollario
Tenete i genitori lontano dalla scuola, parola di rappresentante di classe, o tutt’al più fateli rientrare come studenti, al primo anno di asilo, tanto per vedere di nascosto l’effetto che fa l’infinita letizia della mente candida, prima che la propaganda inquini i delicati gangli cerebellari dei bambini

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...