Derry’s Niùs: Stige e Acheronte, Cocito o Flegetonte

La cripta era chiusa da una pesante pietra bianca, scolpita in un fine bugnato che la faceva sembrare più una catasta di cassette per mozzarelle che il sigillo dell’inizio di un percorso di conversione spirituale.
Eravamo giunti a una svolta, un paradigma diverso era alle porte.
Saremmo dovuti passare tutti al nuovo credo: dal Dio Steekatz, padrone dei cieli della terra e delle menti umane, all’ortodossia panteistica differenziata.
Non sarebbe stato facile convertirci tutti, fedeli come eravamo alle tavole della legge, l’unica dettata dal grande e onnipotente Steekatz: Io sono Io, Moi est Moi, Me it’s Me, Ich bin Ich, Yo soy Yo, Είμαι εγώ, मैं मैं हूँ, 我是我, e così via; legge declinata in tutte le lingue conosciute e sconosciute ma adottata integralmente solo dal fiero popolo della nostra città.
Per questo eravamo il popolo eletto, per questo sarebbe stato difficilissimo abiurare la fede in Io.
Era questo il motivo per cui il percorso di purificazione conversione e rinascita DOVEVA essere lungo e difficile: un’immersione totale nelle viscere di Derry, un cammino di autocoscienza lungo tanto quanto fosse stato necessario per raggiungere la consapevolezza.
Più strunzo eri, più sottotèra stavi.Monnezz
La cripta era sormontata da un’elegante architettura a forma di cassonetto, decorata con motivi florofaunobattericali di varie fattezze e misure e ricoperta di ex voto di gente che aveva visto la luce (del vicino lampione spegnersi ché così nessuno avrebbe visto gnente).
Una volta riusciti a spostare la pietra sepolcrale a forma di cassette per mozzarelle (in verità aiutati dal robusto Ministro del culto Anthony Ìnese) si scendeva per una scalinata ripida e stretta, giù verso le tenebre.
Corridoi angusti, loculi, ancora cripte, sorci pantegane e zoccole, cadaveri e ossa dappertutto.
Quel luogo era una catacomba scavata dall’antico popolo degli indiani Volshee, uno dei primi nella storia dell’uomo a praticare il culto dell’anima dei morti di chi gli è morto.
Solo dopo ore o giorni o mesi di tristo cammino nel buio dell’oblio si sarebbe giunti di fronte al Re Làzzaron, forse un messaggero del nuovo Dio o forse la personificazione della propria coscienza, chissà, il quale ci avrebbe svelato come proseguire ratti verso il risveglio: perché Re Làzzaron non era il traguardo: era l’atrio dell’anticamera della veranda del vestibolo del Pre-Averno, il luogo che in fine sarebbe stato come avremmo voluto che fosse ma che non saremmo mai stati cazzi di avere perché è inutile che famo ché proprio non sémo bòni.

Ora, caro lettore, mi duole dirti che ancora non so come andrà a finire questa storia.
Sono sulla zattera del progresso, come tutti, navigando nel fiume del cambiamento in attesa dell’approdo finale.
Posso solo riportarti fedelmente le parole che il saggio Re Làzzaron ha tenuto in serbo per me:

“Tutto ciò ch’essi vantano di Stige e d’Acheronte,
Cocito o Flegetonte, si ritrova da noi in un’unica fonte:
lordura, puzza, chiasso; ma quel che loro han visto
sottilmente distinto, qui è tutto frammisto…
…Gli asini qui gracidano in vece delle rane,
e, per un solo Cerbero, ad ogni riva un cane.
Le Furie pure abbondano, son dieci delle nostre
per una loro, e grida d’uomini donne e mostri
afflitti da gran piaghe; e alla frusta i peccati
loro coscienza mette; per morire, dannati”

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