‘A livella scatologica

L’amore romantico è tutta fuffa.
Lo dice Frank Zappa (Le canzoni d’amore sono una truffa che perpetua una menzogna ai danni di ragazzini innocenti. Credo che la ragione della cattiva salute mentale degli americani dipenda dal fatto che la gente sia cresciuta ascoltando canzoni d’amore), lo dice Joni Mitchell (L’amore romantico non esiste. È un mito inventato dai Sumeri e poi tornato in voga nel Medioevo ed è chiaramente falso. L‘amore romantico si basa su “io questo” e “io quello”, mentre il vero amore si basa sul prossimo), lo dice Virginia Woolf (È solo un’illusione. Una storia che ci si fabbrica in mente su un’altra persona).
Figuriamoci il matrimonio come coronamento del sogno d’amore romantico, ovvero il tema centrale dell’album, che con termini antichi possiamo definire concept, che il Capitan Capitone e la sua ciurma hanno dato alle stampe appena sei mesi fa (è che si sta sempre sul pezzo qui…).
“Capitan Capitone e i parenti della sposa”, matrimonio come metafora pretestuale che, alla faccia dell’amore, racconta la sempiterna lotta di classe, lotta che non è mai finita, anzi, e che i ricchi stanno vincendo a mani basse.
Si può cambiare il mondo con la musica?
Forse no ma è certo che la musica può aiutare a dare una spallata.
Immaginiamo un assalto coordinando le forze al canto e al ritmo del ritornello di “El cangrego peluso”, suonando magari una caterva di tamburi come in “É preciso muito amor” (e qui ci scappa Tolkien: “…la terra trema. Tamburi […] Tamburi negli abissi. Non possiamo più uscire. Un’ombra si muove nel buio. Non possiamo più uscire… Arrivano”): “…È ruolo dei pirati e delle arti/distruggere le truppe del padron/puntar le nostre navi in altri porti/per dare al mondo nuove direzion/puntar le nostre navi in altri porti/per dare al mondo nuove direzion…”.
Magari fosse…
Certo è che il secondo capitolo della saga del Capitone (qui il primo) è strepitoso.
La cosa che più colpisce, ogni volta che si ascolta musica proveniente dalla capa del Capitano Sepe e dai suoi accoliti, è l’estrema varietà degli stili che seppur miscelati in maniera così coraggiosa (ska, samba, jazz, funk, punk, rap, folk ecc.) dà come risultato finale un prodotto di perfetta coerenza.
Napoli capitale spiattellata in circa 52 minuti di musica.
Questo disco è ancora più compatto e omogeneo del precedente, tutto concorre al racconto metaforico del matrimonio fra un popolano e una borghese (che poi si scoprirà reietta), allo scontro incontro di due realtà fra loro non comunicanti se non in termini di servo/padrone.
Non ci sono brani di punta come l’ormai famoso “Le range fellon” o altre canzoni estrapolabili dal contesto (Gnut a parte) che possano vivere tranquillamente di vita propria, come “Bambolina” o altre, ma il tutto si ascolta con grande piacere e fluidità senza intoppo alcuno se non quello della propria chiusura mentale.
Se il matrimonio è una festa allora questo CD lo è altrettanto.
E anche di più, senza tema di smentita.
Una festa con scasso.
Nu burdell.
Tutta gioia e felicità.
Arrivo buon ultimo a scrivere di questo lavoro e di recensioni se ne trovano tante (questa è molto bella, per es., oppure questa di Blogfoolk), quindi butto qua e là qualche sparuta considerazione.
Innanzitutto la consapevolezza che da parte del Capitano non ci saranno più produzioni fisiche, ormai la musica digitale è liquida, tirare lo sciacquone e scaricare (per dire, è appena uscito solo in formato digitale un “Lost album” risalente ai tempi di “Suonarne uno per educarne cento” – qui ne parla Federico Vacalebre).
La cosa andrebbe pure bene, purché si mantenga la possibilità di avere un file in formato in alta qualità e la possibilità di stampare copertine, libretti coi testi e ammennicoli vari anche perché abbiamo l’esempio fresco fresco di questo Capitone II il cui booklet è impreziosito da una santissima trinità di prefatori la cui letteratura una e trina meriterebbe da sola il prezzo del biglietto, una lezioncina in pillole sulla caratterizzazione dei personaggi: un nobile, un plebeo e una nota Sig.ra Penna (o Signorina, non è certo come invece è certo che sia penna dai facili costumi), amichetta del Capitano.
Si mette subito agli atti la continuità delle due capitonate mediante un chiarissimo anello di congiunzione, il sample della voce di Enzo Gragnaniello, “Bell”, da una rivoluzione mancata causa spritz e celardìa al brano di inizio della nuova avventura.
Poi ci si immerge nel Brasile puro, senza mediazioni interpretative.
Come percussionista non posso fare a meno di notare che la bateria da escola de Samba suoni veramente bene, compatta e precisa, cosa rara nelle formazioni amatoriali(?) della penisola (o almeno credo che “Galera de Rua” lo sia, nel caso contrario fosse formata da professionisti coi contromarroni sputatemi pure, comunque bravi eh).
Lo sberleffo sepiano, già partito con la prima traccia vocale e relativi sciacquoni di cessi in sottofondo, continua con ritmi da café chantant à la Ninì Tirabusciò e con l’altra analogia col primo Capitone: i divertenti intermezzi di Gino Fastidio, stavolta non più coffiere ntussecat ma invitato al matrimonio e perso nel traffico.
La dicotomia ricchi/poveri si delinea chiaramente durante il pranzo di nozze: uno stile latin-neomelodico a suggellare il menu inteso dal popolo (pur’e piede ro tavolo ce magnammo, cantato in equilibrio su una metrica strettissima) contro un valzer obliquo e allucinato a sottolineare l’odiosa controparte chic.
Il finale da “‘A livella scatologica” è esilarante (quando cacate, cacate uguale).
E poi c’è “Stella ‘e mare”, gioiello nel quale Bollani fa il Bollani, Sepe costruisce un arrangiamento di fiati bello a dir poco e Gnut si destreggia con scioglievolezza spalmando i versi sui cinque beat senza nessuna spigolosità potenziale da metrica dispari.

Si prosegue col punk di Alessio Sollo, già autore del testo della canzone precedente, a testimonianza di una capa versatile e preziosa.
La voce della sposa si staglia su un brano sixties il cui ritornello però m’ha rimandato, impressione mia, ad alcune atmosfere dei Blood Sweat & Tears (non ci giurerei ma lo shuffle del batterista mi pare quello rilassato, denso e piacevolmente efficace di Mario Insenga).
Lo stile neomelodico assurge a livelli stratosferici nel brano centrale in cui il padre si dispera per la sorte della figlia, in cui l’ormai tipico sberleffo sepiano si fa gioco buffo nell’imitazione di cantanti famosi, brano pieno di modulazioni, ricchissimo di armonia e melodia.
L’armonia sghemba del Capitano, da cinema dell’assurdo, torna a farsi sentire nel brano dedicato al vero passatempo dei partecipanti ai banchetti di nozze: i telefonini.
Poi è la volta dell’imitazione di Albano, cantante nazionalpopolare invitato a cantare in sala e per questo inviso ai signori i quali avrebbero preferito un Jovanotti o un De Gregori, che intermezza le chiacchiere descrittive che i due gruppi sociali si fanno l’uno l’altro in un tripudio di fagotti, chitarre, ocarine, arabeschi di sezione fiati, mandolini e cose così: anche nei brani di interpunzione c’è sempre tanta musica.
La storia prende una strana piega, lo sposo e i suoi amici organizzano un colpo ai danni dei parenti ricchi, vengono citati i personaggi amatissimi del primo Capitone come il pappagallo e il rangio fellone e si introduce il parente sudamericano di quest’ultimo: El cangrego peluso (il cui canto però pare più andaluso che americano ma vabbè).
Il ritornello è quello formidabile, piratesco, già citato all’inizio di questo post, del quale voglio solo sottolineare il preziosissimo tappeto di pive che arricchisce, contrappunta e marzializza contemporaneamente.
Il cuore della ciurma del Capitano è la stessa della prima avventura, Andrea Tartaglia, Sara Squeglia, Nero Nelson, Dario Sansone, Roberto Colella oltre ai già citati più su e altri ancora; per il matrimonio si è aggiunta un sacco di nuova gente di grande valentìa, fra cui un gruppo di rapper che trova giustizia nel brano dedicato ai camerieri, gente maltrattata che si consuma i piedi per un sesto della paga che prendeva in tempi tuttora recenti. Credo che chi abbia avuto questa esperienza lavorativa non abbia troppi problemi a immedesimarsi in pieno nelle parole di Speaker Cenzou, Shaone, Marcello Coleman e Pepp-Oh.
Anzi.
Peti, rutti e rumori vari caratterizzano il mal e panz derivato dalla vendetta lassativa dei camerieri, flatulenze che vanno a pennellare con comicità un funkettone di quelli seri, “Mal ‘e fank”, una roba che con una qualche colorazione latina e una macchina del tempo avrebbe fatto la sua figura pure nella NuYorica degli anni ‘70. Altro brano, insieme a “Stella ‘e mare”, che potrebbe camminare con le sue gambine al di fuori del bozzolo concettuale del disco.

Si pre-chiude con il saluto degli sposi, nel senso che i festeggiati hanno fatto la festa agli invitati e salutano e se ne vanno col bottino di buste e rapina senza pagare manco gli amici musicisti, con Megaride ormai rinnegata dalla società borghese.
Un Capitano pirata che scappa col bottino è cosa che lascia perplessi.
Infatti poi si chiude definitivamente con un saltarello molisano interamente strumentale, il quale, come da indicazioni sul booklet, viene ballato dagli sposi e da tutta la ciurma sul ponte della nave puntata in altri porti per dare al mondo nuove direzion.
E allora tiriamo tutti un bel sospiro di sollievo, pareva strano che il Capitano e Signora si fossero anguattati tutti i denari, un pirata come si deve queste cose non le fa: divide con tutta la ciurma onde mantenere l’equilibrio della collettività, questa è storia, un pirata ha la sua etica, mica come quei banditi dei ricchi.
Ad majora Capita’, forza col terzo assalto

P.s. Le citazioni da Zappa, Mitchell, Woolf e Tolkien sono riportate da “Il mondo in sei canzoni”, Daniel Levitin, Codice Ed. 2009.

P.ps. Il Capitano ne ha viste tante e le sue storie spesso sono riportate da racconti reali.
Anche la mia famiglia ha una storia simile da raccontare.
Avevo uno zio prete, fratello di papà, che prima di essere sacerdote era un tocco di pane, intelligente e altruista.
È stato assistente spirituale della Federazione Universitaria Cattolici Italiani a cavallo fra i sessanta e i settanta e ha regalato il suo sorriso bonario e le sue grandi intelligenza e cultura a una grande mèsse di giovani studenti.
Celebrò di nascosto un matrimonio che non s’aveva da fare, fra una rampolla della cosiddetta aristocrazia nera romana e un figlio di contadini calabresi.
Una coppia saldissima, tuttora.
La carriera di “zi’ prete” finì lì.
Sembrava destinato a un cammino folgorante ma gli vennero prontamente serrate tutte le porte.
Perse il posto alla F.U.C.I. e rimase un umile insegnante di lettere nei licei cattolici romani, senza mai avanzare di grado, contrariamente ai suoi compagni di studio (uno sarebbe pure papabile, per dire).
Lui non se ne ebbe mai a male, ai mugugni dei parenti rispondeva che erano malati di episcopite e che lui era felice così, coi suoi allievi.
Morì tutto sommato presto, a poco più di sessant’anni, roso dall’alzheimer.
Si dice che la nobildonna che aveva maledetto la figura di quel giovane pretino che aveva osato sfidare i diktat della casa ebbe a pentirsi in punto di morte, la vigliacca, e chiese perdono all’altissimo.
Quante cazzate.
“Grazie a Dio, sono ateo” (non è vero, sono agnostico e anche parecchio astigmatico).
Ciao zio Totonno Watanka che stai lassù nei verdi pascoli, qua ti si vòle sempre bene

Un pensiero riguardo “‘A livella scatologica

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