La pippa ero io

Ma sarà poi vero che in fin dei conti l’unico vero e imperdonabile errore che può fare un percussionista sia quello di andare fuori tempo?
Confesso di essere stato un convinto “tecnicista tradizionalista”, imbevuto di “fanatismo etnico”, inebriato di nuove e continue scoperte di come si suona un ics strumento in questo o quell’altro stile senza mai mischiare o improvvisare al di fuori dei soliti schemi perché poi “il tamburo non parla” e poi perché sennò “so’ bòni tutti” e a chi suonava una conga o su un tamburello senza mettere le mani, le dita, le unghie, i peli delle falangette come “si doveva” e fraseggiare come “si faceva da sempre” mandavo inevitabilmente uno sdegnato sguardo di sufficienza.
Poi piano piano ho cambiato idea, ho aperto occhi e orecchie e mi sono reso conto che il mondo della percussione non poteva essere così netto, bianco o nero, o “sei bòno” o “non sei bòno”.
Ultimamente questa apertura al mondo (non sono sociopatico ma ammetto di sembrarlo) ha avuto un processo di accelerazione grazie alla facilità di accesso alle informazioni online e alla relativa scoperta di musicisti altrimenti rimasti nel limbo della mia personale inconoscenza.
Luca Gazzi, per esempio, del quale ho parlato in un paio di articoli addietro, che mi ha colpito per l’inversamente proporzionale rapporto tra il candore col quale asserisce di non usare nessuna tecnica e la complessità del suo lavoro musicale scaturito da un robusto lavoro intellettuale, dai suoi trascorsi filosoficofilosofici, se mi si passa il termine (e sempre se ho capito bene di cosa si tratti) col quale potrei azzardare a definire la filosofia teoretica nella quale il nostro è felicemente graduato, un’accentuazione del carattere speculativo e astratto della disciplina filosofica che non ha alcuna attinenza con la pratica.
Ossimoro interessante, oserei dire: un lavoro, quello del musicista percussionista, fortemente improntato alla pratica gestuale che scaturisce però da una mente formata da una disciplina che con la pratica non ha nulla a che fare.
Altro percussionista la cui evoluzione mi ha svegliato dal torpore dell’ “Io so’ io e voi non siete un cazzo” è stato Manley “Piri” López che quindici anni fa a La Habana mi bacchettava su come si suona questo e come si suona quello e oggi invece, scoperto da poco su youtube, suona il batá in maniera assolutamente inaudita ed emozionante (non è vero che mi bacchettava, Piri non sembrava manco cubano, era gentile e incoraggiante al contrario del tipico profesór che praticamente equivale al terribile sergente Emil Foley di “Ufficiale e gentiluomo”: i sorrisi e i salamelecchi solo alla fine del percorso, prima niente altro che mazzate).
Percorso completamente diverso da quello di Luca Gazzi, nessuna esperienza intellettuale se non il tuffo quotidiano nella pratica tradizionale, nella vita da batalero buttato su un camion a correre per un tambór e l’altro, mangiando pane e tamburo senza fare o studiare altro non so se per disinteresse o perché impossibilitato ma nonostante ciò un cervello musicalmente raffinato tale da permettergli di superare le gabbie della tradizione e fissare nuovi standard di esecuzione.
(L’iperspecializzazione porta a porre paletti sempre più in là ma rischia di essere controproducente perché poi non lascia spazio ad altre discipline che andrebbero a completare la conoscenza e a fare di uno studioso, che sia uno scienziato o un musicista, una persona completa.
Ho conosciuto fior di professionisti fantasticamente avanti col loro percorso di studio ma terribilmente stupidi come un tubo di ghisa, o addirittura analfabeti di ritorno, o semplicemente incapaci di relazionare il proprio sapere iperspecialistico con il tutto.
Comunque non è il caso di Manley, che rimane persona amabile, umile e conscio dei propri limiti, ma questo è proprio un altro discorso, ad es. pensiamo ai guasti di una medicina allopatica sempre più attenta al particolare e sempre meno olistica, e quindi andiamo avanti e basta chiacchiere).
Andiamo avanti a conoscere il lavoro di Adam Rudolph, percussionista statunitense di lunga e prestigiosa carriera, musicista di formazione “etnica”, relativa ai suoi lunghi soggiorni in Ghana e in India, ma dallo stile totalmente libero e non incanalabile in nessuna attribuzione specialistica.
Una sana via di mezzo tra la totale invenzione improvvisata del Gazzi e l’evoluzione tecnica ex-tradizionale del López.
Quando ho visto il teaser dell’ultimo lavoro di Adam Rudolph, “Glare of the tiger” Meta Records 2017, stavo per avere un rigurgito di “tradizionite” gridando allo scandalo per come quel tipo stesse suonando il batá, tenendolo in verticale sul pavimento e suonandolo assieme a un maghrebino tbilat.
Poi ho visto un altro tipo che almeno lo teneva nella maniera giusta, sulle gambe, ma lo suonava su ambedue le pelli con i soli indici (no! Gli armonici del cha-cha no!) ma poi ho realizzato che quest’altro tipo era nientepopodimeno che Hamid Drake e allora ho repentinamente recuperato da qualche parte del mio cervello l’avvenuto processo di evoluzione e superamento della visione manichea della percussione, ho scoperto le gambe, ho sparso un po’ di ceci per terra, mi ci sono inginocchiato sopra e mi sono autofustigato con un paio di boomwhacker.
Andrei a scuola di batá da Hamid Drake? Certo che no.
Andrei a scuola di musicalità da Hamid Drake (o da Adam Rudolph o da tanti altri) anche se usasse il batá come strumento didattico?
Certo che sì.
Il quid sta tutto qua: tradizione da una parte, musica tout court dall’altra.
Un recente scambio di commenti sui social col maestro Massimo Carrano ha definitivamente fissato nel mio povero cervello questa semplice dicotomia (è che da solo non c’arrivavo).
Egli giustamente dice che la percussione extra-accademica (cioè il percorso “non colto”, non conservatoriale) può avere due percorsi distinti ma comunicanti fra loro: la formazione puramente “etnica”, al pari dei percussionisti formatisi nelle scuole di nazioni in cui la musica ha ancora valenza sociale, e la formazione multipercussionistica, tipica del mondo occidentale, in cui si affronta un percorso più generico e il più possibile globale di conoscenza delle percussioni con qualche inevitabile approfondimento “etnico” quando e se richiesto.
È qui che si vedono quelli che ignorantemente io vedevo come errori o addirittura orrori, per esempio nel multipercussionista che magari mette le mani sulle congas in maniera bislacca ma comunque efficace ai fini della musica che sta interpretando, magari costui non potrà suonare una rumba al Callejón de lo Hamel che coi cubani c’è poco da scherzare e basta un niente che finisce a coltellate ma se non deve suonare una roba specialistica e quello che fa va bene allora che ce frega?
Hamid Drake sta suonando cha-cha e enú del batà con i soli indici? Sì.
Sta tocando tambór a un santo? No.
Il colore, il valore della composizione di Adam Rudolph ne guadagnano? Così pare.
Sta andando fuori tempo? No, figuriamoci, Hamid Drake? Ma che stai a scherza’?
E allora che cazzo vai cercando…

 

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