Ancora su improvvisazione e barattoli sonori

L’ascolto di musica per percussioni “off the beaten path” come quella relativa al precedente articolo postato su questo blog fa riflettere sul rapporto fra tecnica – tradizione – innovazione.
Lo stile di Luca Gazzi, il musicista in questione, esula da ogni accademismo o tradizione.
Il suo è pur sempre un assemblaggio di percussioni che siamo abituati a chiamare batteria (batteria perché si batte? O magari perché è un insieme formato da vari pezzi, così come la batteria di cannoni o quella di pentole? Decisamente batteria è un nome generico come Stati Uniti d’America, un nome che non è un nome, non me ne vogliano gli amici batteristi) ma suona in modo completamente diverso da quello che ci aspetteremmo da un drumset suonato da un “normale” (o anche “super”) batterista.
Il Gazzi non usa la cosiddetta “tecnica”, non che non ne sia capace ma perché non ne ha bisogno, la tecnica lo inquadrerebbe in un determinato cammino già battuto e straribattuto, se ne frega della tecnica e improvvisa sui suoi tamburi con una fantasia che è pari solo al grande retroterra culturale che c’è dietro il pensare la musica.
Va oltre il “normale” batterismo (non che il drumming sia fermo al percussionista alfa di marching band di New Orleans che diventa stanziale, licenzia i colleghi beta e suona tutto lui inventandosi il drumset, ci mancherebbe).
Avant garde, come già osservato, comportamento fuori dagli schemi, visionario, “in anticipo sui gusti e sulle conoscenze”.
Non tutti possono farlo, andare fuori dal seminato richiede una profonda conoscenza del suddetto seminato e la capacità di trasgredire con la convinzione di una visione artistica frutto di grande lavoro concettuale.
Un po’ come nell’improvvisazione Jazz: ci sono le progressioni armoniche, ci sono le diverse scale da cui nascono gli accordi che formano queste progressioni, e ci sono le note “sbagliate”.
L’innovazione sta nel capire quanto l’errore possa essere ricondotto in un tracciato diverso dal solito e risuonarlo e risuonarlo finché non entra la convinzione di star seguendo una strada diversa e altrettanto legittima delle solite, un modo di veicolare emozioni “contromano”.
La riflessione nasce non solo dall’ascolto del lavoro del percussionista veneto ma parallelamente dall’essere incappato in un video su youtube in cui per la prima volta uno strumento tradizionale che più tradizionale non si può, come il trio di Batá afrocubani, viene suonato in maniera “blasfema” ma assolutamente convincente.
Strumenti liturgici, con un repertorio standard insegnato oralmente, con uno spazio per l’improvvisazione esiguo rispetto ad altri strumenti, improvvisazione che comunque richiede l’afferenza a certi schemi precostituiti, a certi fraseggi “call & response” che si evolvono in maniera lentissima attraverso i secoli (quando si evolvono).
Un po’ come le congas nel folklore non sacro.
Poi sono arrivati i fratelli López Rodríguez e hanno rivoluzionato il modo di suonare le congas nella rumba e finanche nel güiro.
Adesso tocca alla seconda generazione mettere mano addirittura al “sacro” Batá.
Chi se non Manley “Piri” Lopez poteva azzardarsi a improvvisare sul Batá e uscirne vincitore?
Inaudito.
Eppure funziona.
Certo siamo di fronte a due concezioni di “rotture degli schemi” molto differenti fra loro, la musica colta, cerebrale di Luca Gazzi e un utilizzo extraordinaire ma comunque popolare e di “semplice impatto” di strumenti la cui fissità espressiva era scritta nella pietra.
Sul fronte della tecnica poi siamo di fronte all’inverso dell’opposto: il lavoro di Luca Gazzi nasce da un abbandono della tecnica necessario alla libertà espressiva; Piri López parte da uno strumento che di tecnica non ne richiede affatto e arriva all’invenzione applicando al Batá le tecniche virtuosistiche di Changuito (mano secreta) e di Giovanni Hidalgo (doble golpe).
Ricordiamo che il Batà non è strumento che richieda studi particolari di postura, di controllo delle mani o delle dita, bastano un buon tono aperto sull’“enú” e una “ciavattata” sul “chacha”, tanta resistenza, tanta memoria e riflessi da gatto.
Si tratta di membranofoni a clessidra dotati di due parti risonanti, la grande per suonare il pitch del tamburo e la piccola per quello che sommariamente definiamo “slap”; il piccolo Okonkolo dedito alla “portanza ritmica”, il medio Itotele a dialogare col grande, il grande Iyá a improvvisare e chiamare dialoghi col medio (e a volte anche col piccolo).
Nel “video dello scandalo” vediamo un efficacissimo Toque a Ochosi, ovvero canto sul tamburo dedicato a una delle divinità sincretiche afrocubane più note.
Piri utilizza i tre Batá a la manera de el Latin Jazz, ovvero montati uno sull’altro e suonati da una persona sola (nelle cerimonie si usa la tradizione africana: un uomo per ogni tamburo) con la particolarità di tenere l’Okonkolo al contrario rispetto all’usuale.
Il toque tradizionale, che si chiama Ochosi Aggueré, qui dura solo un minuto e diciannove secondi (e in merito va detto che Piri suona da solo con lo stesso sabór che in genere si ottiene suonandolo in tre) i restanti tre minuti sono delirio puro: il canto rimane dilatato mentre il tamburo perde completamente la bussola e parla una lingua sconosciuta ma assolutamente affascinante.
Sacrilegio?
Oddio! Lo slap sull’”enú!”…
Vabbè, nessun sacrilegio.
Manco un po’.
Già negli anni ‘30 del novecento l’etnomusicologo Fernando Ortíz scriveva di queste cerimonie di Tambóres che ormai di sacro non avevano più niente e andavano assomigliando sempre più a rumbe profane.
Quasi cento anni dopo la sacralità non si è certo recuperata, anzi, ma il fraseggio è rimasto sempre più o meno saldamente affine a quello del periodo “magico”.
Chissà se il tocar Batá possa cambiare radicalmente grazie all’inventiva dell’ennesimo componente della famiglia López Rodríguez.
La nuova rumba nacque per una necessità logistica, servivano cinque percussionisti ma in famiglia erano solo quattro, così inventarono lo stile “Guarapachangueo” facendo di necessità virtù giocando di sottrazione ma aumentando notevolmente il livello di interplay fra musicisti (virtuosismo espressivo e non tecnico, tanto per ribadire cos’è che conta veramente: la tecnica è UN mezzo la musica è IL fine).
La situazione batalera è diversa, Piri ha azzardato una personalissima evoluzione del suonare in solitaria, distribuire questo schema mentale fra tre percussionisti deve essere difficilissimo da realizzare ma chissà…
…chi vuol esser lieto sia…

P.s. per gli amici batteristi: sull’anonimità onomastica del vostro strumento un po’ ero serio e un po’ no: i cubani Batá sono strumenti dal nome onomatopeico, una parte fa Bá e l’altra fa Tá (così come il persiano Tombak se colpito così fa  Tom se colpito cosà fa Bak, anche se quei bei fustini che montate sulla cassa fanno solo Tom e Tom, uhm…)

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