Strumento primigenio una ceppa

Il “grande uno” pare possa essere esistito davvero.
Ovvero quella che pensavo fosse una sonora stupidaggine, buttata lì in qualche articolo di questo blog solo perché avevo colto qualche sospetta assonanza fra cellule ritmiche afferenti a tradizioni musicali diverse e distanti fra loro.
Quello che nella mia beata ignoranza chiamavo maldestramente “grande uno” viene chiamato dagli studiosi ICB (ipotetica cultura di base), poi diffusasi nel resto del mondo secondo il modello antropologico Out of Africa attraverso l’IPM (ipotetico popolo migrante) e la sua ICM (ipotetica cultura migrante).
Quindi un’eredità ancestrale unica, una sola radice culturale appartenuta a quell’etnia che fu protagonista della prima migrazione ex africana avvenuta tra 80.000 e 60.000 anni fa e dalla quale poi è disceso via via tutto il lignaggio dell’umanità intera.
Ovviamente questo tipo di ricerca è ancora fallace in fatto di prove schiaccianti ma la probabilità che tutto ciò che siamo sia riconducibile ad un unicum pare siano parecchie, a partire dalla documentata scientificità del modello unico relativo ai marcatori antropologici (ovviamente tutto ciò non c’entra nulla con le mie – chiamiamole – intuizioni che peraltro vangavano un territorio storico relativo agli ultimi quattro o cinque secoli, insomma, la mia ERA una vera e sonora quasistupidaggine).
L’ipotesi dell’allargamento di questo unicum alla culturale musicale è stata avallata brillantemente dal musicologo americano Victor Grauer e riportata in termini divulgativi nel saggio Musica dal profondo, Codice Ed., 2015, saggio a cui rimando i più curiosi e interessati fra i quattro lettori di codesto bloggherello.
Alla luce di ciò assume un significato particolare la frase che mi ripeteva in continuazione un anzianissimo maestro cubano: “La tradición mas está vieja, mas está cerca de la verdad”, ovvero, più o meno, una cosa più è antica e più è vicina alla verità.
Si parlava di tamburi Batá, di tradizioni ancestrali riformulate a Cuba negli ultimi cinque secoli ma originatesi nell’alba dei tempi in qualche parte di quel territorio che corrisponde all’attuale Nigeria.
Ho scritto volutamente alba dei tempi, e non notte, perché la lettura del saggio di Grauer è stata un po’ come una doccia fredda per noi percussionisti che amiamo tanto spararci la posa quando, in ardite performance didattiche, ipotizziamo la scaturigine del concetto di ritmo nel pattern ancestrale del cuore, come fosse stato naturalmente la prima sequenza compiuta elaborata dal cervello dell’uomo, e cose così, e quindi naturalmente il tamburo come strumento primigenio, e cose cosà.
Invece no.
Manco per niente.
Ovvero, magari ‘sta storia del cuore sarà pure vera chissà, ma non è il tamburo la diretta filiazione del concetto di ritmo.
L’ipotetica cultura di base non prevedeva percussioni in forma di tamburo.
Punto.
Sipario.
Fine.
Vabbè, i tamburi sono venuti dopo, all’alba dei tempi appunto, con la grande cultura Congo che ha generalmente monopolizzato e influenzato il resto dell’Africa fino al suo depauperamento, iniziato praticamente l’altro ieri – in termini di misurazione storicoantropologica – con la simpatica pratica dello schiavismo.
Prima, nella notte dei tempi, c’era la cultura dei Pigmei/Boscimani, i due popoli che i genetisti considerano come quelli portatori del gene umano più antico, quelli più vicini alla verità, per dirla come i cubani.
Il lignaggio ancestrale, la cultura primigenia, l’archetipo junghiano.
Niente tamburi ma musica degli inizi comunque bella, complessa e interessante: complicati pattern ritmici sottolineati dal battito delle mani, polifonia, polimetria, intreccio delle parti, imitazione delle parti, yodel, hoquetus (detto anche canto a singhiozzo, ovvero il tipico frammentare la melodia dividendo le parti fra diversi solisti, tecnica che si pensava fosse nata ai tempi dell’Ars antiqua, nel XIII sec., e invece no, a dimostrazione che la storia dell’uomo non è lineare, dal semplice al complesso, ma è a strappi, a balzi in avanti e indietro – come la case sumere allacciate ad un sistema fognario urbano rispetto al contenuto del rinale buttato per strada in tempi ben più recenti, per es.).
Il tamburo viene dopo, quindi, generato dalla cultura musicale Congo le cui tipicità erano e sono, fra le altre, il ripetersi ossessivo di brevi cellule ritmiche e il classico call and response tra solista e resto della formazione.
Mi piace pensare però che il Batá possa essere visto come una sorta di ponte tra la notte e l’alba, è vero che è una percussione che suona pattern brevissimi e ripetuti in maniera anche più che ossessiva e che il “segundo” e il “mayor” siano continuamente impegnati in frasi call & response ma è vero altrettanto che questa “melodia delle pelli”, compreso il suono del “pequeño”, è ben più complessa del monodico c&r del canto, per esempio, e che questa divisione fra le note dei tre tamburi che formano il “juego de tambores” tutto sommato diano vita ad una sorta di piccolo hoquetus (pia illusione, lo so, ma è difficile rassegnarsi al fatto che gli strumenti a percussione non siano stati parte dell’origine, eppure noi percussionisti siamo così credibili nella parte dei primitivi…).
Qui qualche esempio sonoro della musica dei Pigmei/Boscimani, che è rimasta sempre quella sin dalla notte dei tempi così come ipotizzano David Grauer e altri studiosi.
Allego un video che dimostra come l’allontanamento dalla verità abbia portato al massimo degrado possibile: i tamburi Batá suonati dalle femmine… (scherzo eh, certo che vent’anni fa non ci avrei scommesso una lira su questa apertura al progresso della machisima sociedad cubana)

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