Meme metallurgico trafitto dal solito destino

Meme, dall’inglese meme (gli albionici pronunciano miim) a sua volta derivato dal greco mímēma, imitazione.
Fenomeno della società contemporanea che consiste in un’idea, un’immagine, uno sluaghghairm (“grido di guerra” in gaelico da cui deriva l’inglese “slogan”; la pubblicità è la continuazione della guerra con altri mezzi…) che rimbalzando sui mezzi di comunicazione di massa diventa “di moda” o “virale”, come usa dire adesso.
Un po’ come l’idea delle rivoluzioni colorate, questo nuovo modo di portare la revolución, fatta così a modino, con colori diversi per ogni paese da sgovernare, magliettielle e bandierucce in tono, cartellonistica pure ma con scritte esclusivamente in inglese anche se esposte in paesi in cui la lingua dell’impero si parla meno che in italì, scritte esposte soprattutto a favore di telecamera per via della grande copertura mediatica e conseguente grande sincroarmonizzazione dei cervelli delle masse.
Altro meme “rivoluzionario” è l’appellativo dato alla serie di moti popolari avvenuti nei paesi arabi dal 2010 ad oggi: la “primavera araba”, ovvero la rinascita, il risveglio, una nuova fioritura di belle cose e progressive nell’inferno medievale dei paesi de li saracini.
Visti i risultati, le sommosse primaverili e quelle colorate parrebbero di medesima scaturigine: qualche lega filantropica particolarmente attenta ai bisogni degli oppressi si insinua nei sacrosanti mugugni popolari (le vie dell’inferno sono lastricate ecc. ecc.) e li fa lievitare fino a farli esplodere nelle piazze, ci si scanna un po’ e se si vince – quasi sempre – la suddetta lega piazza i suoi ometti al potere e che il popolo torni a fottersi, però democraticamente.
Il risultato di tutto ciò è l’orientamento politico della nazione sommovimentata, che da non allineato si allinea tosto a omaggiare i fabbisogni dei soliti noti, ovvero quello strano club sedicente occidentale che include americani, europei, zionist e financo turchi e wahabiti.
Il quale club pronto ne approfitta per ciucciarsi le energie economiche residue dei suddetti paesi “rinati” per medio delle filantropiche rivoluzioni o per piazzare carrarmatini sulla scacchiera del risiko globale a futura bisogna.
Una specie di strategia della tensione assurta a livelli parossistici; a noi sono bastate un po’ di bombe qua e là, fino ai primi anni ‘90, e da allineati siamo passati direttamente a sdraiati.

Perché questo ragionamento su un blog che dovrebbe parlare di musica?
Perchè ho gettato uno sguardo sulla carriera della tunisina Emel Mathlouti, della quale è appena uscito un nuovo disco, e mi ha colpito il percorso che l’ha portata da celebrità locale, e simbolo della rivoluzione dei gelsomini del 2011, a star internazionale post rivoluzionaria che ha avuto l’onore di esibirsi nel sancta sanctorum dell’ipocrisia occidentale: la premiazione del Nobel per la pace.
Ho analizzato i testi delle sue canzoni e perdincibacco! Ma che sorpresa! La “musica” non cambia: parlava di libertà e oppressione prima, parla di libertà, oppressione e delusione dopo.
Ma come mai?
Nulla è cambiato para el pueblo?
Il gattopardo ancora gattopardeggia?
A chi o a cosa è servita sta rivoluzione?
“Follow the money” e avremo la (solita) risposta.

Certo che la carriera dell’etoile tunisienne si è aperta sia in patria che al mondo, fino al 2010 era persino bandita dal media locali; certo che adesso i neofenici hanno le classiche libere elezioni, proprio uguali alle nostre; votano e cantano i tunisini, e questo è certo, ma il cetriolo padulo, chissà perché, mira sempre a deretani pauperistici.

“Kelmti horra” (La mia parola è libera) cantata in piazza a Tunisi

Un’ingessatissima “Kelmti horra” cantata al 2015 peace prize Nobel.
Notare le lucine fatte con le torce degli smartphone: la fine del mondo è vicina

Comunque interessante il nuovo “Ensen dhaif”, uscito per la Partisan records il 24 febbraio scorso.
Elettronico ed esotico allo stesso tempo, dei testi (belli) ne abbiamo già parlato, molto suggestivo, direi evocativo, l’uso delle armonizzazioni vocali e dei cori in generale.
Di seguito un video live dell’omonima title track, di cui riporto l’ultimo passaggio testuale: “…la vostra vita non mi si compra con un sorriso o una bevuta, ti porta al mondo dei sogni e ti fa risvegliare in un’altra realtà triste…”

Secondo chi scrive il brano più bello del disco è “Kaddesh”, “Quanto”.
Ovviamente non ve n’è traccia sul tubo, così noi per dispetto alleghiamo il testo:

Quante case distrutte?
Quante vite sono state rubate?
Quanti cuori sono stati abbandonati?
Quanto?
Quanti cuori tristi?
Quante persone hanno mentito?
Quanti bambini uccisi?
Quante idee seppellite?
Quanti occhi hanno pianto?
Quante sorti spezzate?
Quanti fiumi essiccati?
Quante piume volate via?
Quanti sogni realizzati?
Quante donne menate?
Quante persone immigrate?
Quante barche affondate?
Quanti pesi pesanti?
Quante città abbandonate?
Quante persone incolpate?
Quante parole han fatto male?
Quante notti son restata sveglia?
Quante persone han tradito?
Quante giornate andate via?
Quante storie sono accadute?
Quante donne umiliate?
Quante persone umiliate?
Quanti fuochi accesi?

P.s. Una doverosa citazione per Sarra Hammami, pulcherrima nipotina virtuale, che ha tradotto per il blog le canzoni della sua compaesana, merci ma chère

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