¿Adonde va el Latin Giàss?

Terno secco sulla ruota de La Habana: 32, 34 e 42, ovvero gli anni di Alfredo Rodriguez, Harold López-Nussa e Roberto Fonseca.
Tre grandi e abbastanza giovani pianisti la cui musica dà al concetto di “Latin Jazz” un’accezione sempre più interessante e universale, pur mantenendo costanti le note “caratteristiche di genere”, ovvero strutture adatte all’improvvisazione su ritmi e fraseggi caraibici perlopiù de la Isla Grande (quasi tutto il resto della musica del continente sudamericano, altrettanto latino e altrettanto elevata artisticamente, non rientra nell’accezione di genere universalmente riconosciuta).
Combinazione felice, gli ultimi lavori dei tre cubani sono usciti tutti insieme nell’anno appena trascorso.
Non ho ancora capito se il più giovane della terna sia solo un omonimo oppure un parente di quell’immenso Alfredo Rodriguez che noi studenti italiani di percusión cubana tanto abbiamo amato per via di Roberto Mamey Evangelisti, insigne maestro e direttore della storica scuola romana di percussioni Timba, che accompagnava Alfredito nelle sue tournée europee (assieme all’altro pilastro didattico del Timba, Paulo La Rosa).

Il Rodriguez giovane è più asciutto, sintetico (anche nel senso elettronico visto che non disdegna i synth), particolarmente abile nel giocare coi temi classici della musica latina divertendosi a “riscolpirli”, sfaccettarli e quasi destrutturarli.
“Tocororo” è il titolo dell’album nonché il nome dell’uccello simbolo di Cuba, un volatile dal canto inconfondibile che non sopravvive se non libero: chiuso in gabbia, muore.
Cosmopolita e prestigioso lo staff di musicisti coinvolti: il trombettista francolibanese Ibrahim Maalouf, il bassista e cantante camerunense Richard Bona, la cantante indiana Ganavya Doraiswamy, lo spagnolo Antonio Lizana e le francocubane Ibeyi, al secolo le gemelle Lisa-Kaindé e Naomi Díaz, figlie del defunto conguero mayor Miguel Angá Díaz.
Executive producer un certo Quincy Jones.
E che dire di più se non che allego il seguente video non perché particolarmente indicativo della musica di Alfredo Rodriguez (a parte il piccolo e liricissimo piano solo) ma per le sequenze girate a La Habana, un tuffo al cuore per chi ci è stato e per chi ama Cuba

Harold López-Nussa è uno che gira fra Vedado e Malecón in 126, e già questo basterebbe a rendercelo simpatico (a noi italiani, dico).                                          Stessa etichetta anche se con natali più “caserecci” del disco del Rodriguez, “El viaje” del blanquito López-Nussa è altrettanto “global jazz”, però con tanta Africa dentro sia in versione cubana che continentale.
La band è formata dal fratello percussionista Ruy Adrián López-Nussa e dal bassista e cantante senegalese Alune Wade, il quale lascia un’impronta molto forte nello stile del disco, quasi un crossover tra l’Africa lasciata e quella “ricreata” in America.
Ospiti tutti cubani, fra cui babbo Francisco López-Nussa, batterista di altri tempi.
Harold López-Nussa credo sia uno dei pochi pianisti (in realtà non me ne vengono in mente altri ma è sicuramente un mio limite di conoscenza) che dalla formazione squisitamente classica siano passati al jazz, dalla coperta di Linus della partitura con tutte le notine scritte al posto giusto da leggere al momento giusto alle paludi sconosciute e pericolose dell’assenza di spartito: la temuta e perfida improvvisazione (brivido terrore raccapriccio).
E che improvvisazione…

Il più noto dei tre pianisti, Roberto Fonseca, è già passato dal métissage musicale africanocubano (la mezcla della mezcla) col capolavoro “Yo” del 2012, disco che gli ha fruttato una proficua e strepitosa collaborazione con la cantante ivoriana Fatoumata Diawara.
Stavolta Fonseca “se ne sta alla casa sua” e lo fa con un gusto e un’eleganza che lasciano stupiti.
“Abuc”, uscito per la Impulse!, è una sorta di enciclopedia storica del jazz nella musica cubana, registrato con un incredibile suono vintage che sembra appena uscito dagli studi Egrem degli anni ‘50.
Quasi tutta cubana la squadra di “Abuc”, fatti salvi il percussionista Zé Luis Nascimento (cosa strana per gli isolani chiamare i cugini brasiliani ma ciò è buon segno di apertura) e il trombonista neworleansiano Trombone Shorty.
Il disco vola via e affascina, c’è molto mambo, ci sono habanera, contradanza, guajira, conga, danzón cha, descarga, bolero, ecc. e stili più moderni mischiati assieme.
Particolarmente coinvolgente “Contradanza de el Espíritu”, brano evocativo, mistico, che qualche critico ha accostato, direi con qualche ragione, a “Litany of the Saints” di quell’altro grande pianista sincretico, versante Big Easy, Louisiana, che risponde al nome di Dr. John.                                                             Da ascoltare con attenzione il testo recitato di “Velas y flores”, un manifesto di orgoglio cubano, una dichiarazione di appartenenza, di amore, di umiltà e riconoscenza che noi frolli italianucci possiamo solo sognare.

Annunci

One thought on “¿Adonde va el Latin Giàss?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...