Insieme si resiste, divisi cadiamo

E ritrovarsi a cantare, alla mia veneranda età, “Sarà perché ti amo” dei Ricchi e poveri.
Così, senza vergogna.
Colpa dell’essere stato esposto da ragazzino ai raggi gamma del pop melodico italiano (il juke box del bar di mio padre, ho sentito cose che voi umani…), colpa del trascorrere del tempo che “secolarizza” un po’ tutto, colpa dei veneti Piccola Bottega Baltazar che pochi anni fa citavano il brano in questione con un’eleganza senza pari, colpa pure di “Musica di merda”, un libro interessantissimo sul gusto e disgusto nella musica scritto da Carl Wilson, ISBN Ed. (Carl Wilson il critico, non il beach boy).

La sintesi estremissima del libro potrebbe essere indicata nella frase che conclude il brano “Rugby di periferia”, uno dei brani di punta dell’ultimo lavoro de La Bottega, frase semplice e forse un po’ trita ma indiscutibilmente vera e che ho scelto come titolo per questo post.
Nel 2011 rimasi affascinato dalla loro musica, comprai un CD intitolato ‘Radici’ e lo consumai.
Ambiente folk, nel senso più universale del termine, strumenti acustici e bella scrittura testuale e musicale.
Trovai molto interessante la compresenza di due fisarmoniche, con relativi arrangiamenti sempre equilibrati e discreti.
La fisa è uno strumento che tende a dominare lo spettro sonoro, figuriamoci due, e quindi tanto di cappello all’eleganza discreta di questi due mantici del nordest.
Dopo “Radici”, e “Ladro di Rose” dell’anno prima, confesso di averli un po’ persi di vista.

Qualche giorno fa ero in cerca di un brano il cui testo mi aiutasse a descrivere in maniera leggera e naïve una delle tante immagini dello “scapezzo del genere umano” che mi diverto a postare su Facebook, ed ho avuto il classico flash mnemonico: “L’ombra del caliburo”, altro pezzo strepitoso tratto dai primi dischi dei nostri.

E così ho scoperto che nel frattempo la Bottega Baltazar aveva perso per strada l’aggettivo “piccola” e uno dei due fisarmonicisti (peccato, era un notevole segno di distinzione), nonché finalmente prodotto un CD di canzoni inedite, “Sulla testa dell’elefante” Azzurra Music, 2016.
Mi piace pensare all’idea che l’estrema regionalizzazione dell’Italia sia un valore aggiunto, non un difetto o un’arretratezza del sistema nel suo insieme.
C’è molto Veneto nelle canzoni dei Baltazar, ma la cosa non tragga in inganno: non è una band locale, anzi.
Loro cantano quello che vedono, quello che conoscono, che altro non è che uno sguardo “Serenissimo” su cose le cui dinamiche sono più o meno uguali a quelle del resto della penisola.

Nota di simpatia: il disco è stato concepito durante un ritiro enospirituale, che in una regione come il Veneto può voler dire un’esperienza oltre la catarsi.
Amarone…

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