Trump sarà Bono?

Se c’è una notizia che mi ha intristito il cuoricino ma anche no è che bonovox (patrimonio personale di 900.000 bucks) stia ritardando l’uscita dell’ultimo disco degli Iutù perché con l’elezione di Donald Trump il mondo è cambiato.
Mah.
Tutti st’accorruomo per the orange for president mi lasciano basito.
Il coro appassionato (destre sinistre e centri, tutti mainstream) contro il marito di Ivana, o Melania che sia, mi spingerebbe all’effetto opposto, ma è inutile che fate: un miliardario non potrà mai starmi simpatico anche se sta antipatico a voi.
E mi chiedo come può essere antisistema un tipo che per quanto rozzo, stronzo e volgare, vanti un conto a nove zeri.
A meno che non sia una guerra per bande, da GHBush a Misterobama tutta una cricca (e la politica yanqui starebbe lì a dimostrarlo, se solo si volesse vedere) e adesso avanti cólla rust belt e vediamo che succede di tanto diverso (e lasciamo perdere Guglielmo Giannini, nel senso che non sono tutti uguali ma di certo non credo che un super ricco come il carotone vada a intaccare il mortifero processo di globalizzazione che tanto profitto ci da).
Comunque di buono c’è che almeno non sentiremo per un po’ il solito riff di theedge, il solito nel senso che è sempre lo stesso.
Andrebbe premiato per la costanza quell’uomo.
Buoni i primi quattro dischi, poi il colpo di genio della produzione di Daniel Lanois con The Joshua tree nell’87 e poi gli U2 fanno il salto della quaglia, l’odore dei soldi non perdona.
E da lì possiamo tranquillamente cominciare a schifarli.
Pertanto ricordiamoceli com’erano, ma nella versione di uno serio: Cheikh Lô, senegalese meno famoso di Youssou N’Dour ma atto a miglior delibazione (sempre nella mia modesta opinione, ovvio).
Vabbè, la canzone è quella che è, brano strasentito ma arrangiato su un ritmo Mbalax che è una goduria, tipico del Senegal, la solita metrica ambivalente semplice/composta, binaria/ternaria, però in veste di lusso, con tanti strumenti e quel Tama che scivola che è una bellezza.
Tanta roba e tanto “olio” nel groove.

Un po’ del concerto giapponese del 2015, il primo brano è come i senegalesi pensano sia il son cubano (A caballo vamos pa ‘l monte).
Divertente.

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