T(h)ank (you)

La batteria fitta, frenetica, il basso caldo e nervoso con quelle sue scale liquide, il clavinet che disegna trame come mille piccoli tentacoli di una piovra benevola e poi tutto va a confluire in un assolo di percussioni.
Di percussioni?
Che palle…
Mai sopportati i drum solo sui dischi.
Però aspettai, e feci bene: dopo due minuti venne fuori il mito, la storia.
Quel suono grasso, spalmato su tutte le frequenze dell’udibile mi segnò a vita.
Cominciai a studiare il piano e a sognare il Moog.
Col primo ero una sega, per avere il secondo ero troppo povero (e comunque rimanevo una sega).
Andai di tamburo.

Passarono lustri tra una scala e un manoteo, ma non è questo il punto.
Il punto è che fanno quaranta anni che compro dischi e avrei voluto passare il 2016 a scrivere post di memorabilia, invece mi ritrovo col solito coccodrillo da svolgere manco fossi l’addetto stampa delle pompe funebri della Zombie Records.
E basta no?
Emo si spara alla testa (si spara alla testa! ‘Sta cosa mi sconvolge sempre), Lake e Bowie erosi dal cancro, Cohen ucciso in culla dalla balia, e poi Glenn Frey, Mose Allison, Toots Thielemans, Paul Bley, Leon Russell, Bobby Hutcherson, Paul Kantner, Pierre Boulez.
Un bel mix di stili diciamo, ma ‘A livella l’abbiamo letta tutti e mi sembra giusto applicarne la logica in chiave artistica.

Ho deciso di non festeggiare il quarantennale.
Sposto all’indietro le lancette del mio ingresso nel paese dei balocchi, dal ‘76 a qualche anno prima.
Quando con precisione non lo so, è tutto confuso nella nebbia della memoria.
Non è un trucco narrativo, o almeno lo è solo in parte: è vero che quarant’anni fa cominciai a scialare in vinili ma erano almeno sette anni o più che “subivo” in maniera profonda le fascinazioni della musica pop, totalmente immerso in quella che è stata una delle realtà sociali più belle degli anni felici di noi “boomers”: il juke boxe.
Non che a sei anni andassi per i bar a bere birrette e rimorchiare con “cento lire tre canzoni”, era che la scatola magica ce l’avevo in casa, il bar di mio padre era (come se fosse) la mia casa.
Vi lascio immaginare che botta di emozione l’aver avuto la possibilità di riscoprire tutte le classifiche dei successi di quegli anni (e oltre) e riascoltarli grazie al tubo.
Pertanto no lagrimas, quasi tutti i defunti avevano già detto più o meno tutto, godiamocene il frutto.
Amen.

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