La Deca Dance

Robert Zimmermann disse più o meno che la possibilità di registrare la musica equivaleva ad ucciderla.
Opinabile o meno è certo che l’arte di Euterpe è fra tutte quella meno documentata nella storia dell’umanità (non la più giovane delle arti, quindi).
Si cantava, soffiava, pizzicava e percuoteva già agli albori dell’umanità ma la prima partitura completa risale al periodo ellenistico (l’Epitaffio di Sicilo), la musica tonale si è sviluppata nel seicento, nel novecento si è tentato di scardinare la “gabbia armonica”, vieppiù in quel periodo si è inventato il fonografo dando così più spessore al terzo lato del triangolo assiomatico di Philip Tagg: la musica popolare (gli altri sono quelli relativi alla folclorica e alla cólta), negli anni dieci del terzo millennio abbiamo inventato Calcutta.
Vuoi vedere che è vero che la riproducibilità ha accelerato il processo di decadenza?
E mo come possiamo negare l’assunto di Dylan?
La decadenza…
Poi però lèggi più in generale di decadenza già nel ‘27 (Hesse), nel ‘18 (Spengler) e via via più indietro scopri che uno dei fenomeni che più manifestano un certo scamazzamento dei costumi, ovvero la sostituzione della saggezza degli anziani con la protervia dei ggiovani, avveniva già nel passaggio dal villaggio paleolitico alle prime formazioni urbane del neolitico (Mumford).
E capisci quindi che la cosiddetta civiltà pare non segua un andamento lineare propriamente detto (manco lo sviluppo tecnologico però: i cessi interni con le relative tubazioni interrate tipiche delle città sumere si sono rivisti al paesello mio solo dopo il secondo dopoguerra, lassamo perde va’).
Quindi parrebbe che l’onda dell’esistenza umana stia in un periodo negativo, nonostante gli ipertecnologici washlet giapponesi sollazzino allegramente laggiù dove il sole proprio non arriva.
Scatologico.
Escatologicamente, invece, basterebbe aver seguito il dibattito televisivo fra un cosiddetto signore d’altri tempi come Gustavo Zagrebelsky e il pimpante supergiovane rignanese Matteo Renzi per avere un’idea piuttosto precisa di cosa voglia dire decadenza.
C’è un filo logico che lega la destrutturazione della complessità del discorso politico alla chiusura delle librerie e dei negozi di dischi (quando ho visto chiudere Rinascita al Bottegone sono stato colto da smarrimento preinfarto), all’abbassamento delle soglie di attenzione e di concentrazione, all’incapacità di percepire qualcosa di più complesso di uno slogan, a costernarsi indignarsi impegnarsi perché nella cinquina dei finalisti del premio Tenco non c’erano I Cani, Gazzè, Cosmo, C+C=Maxigross, ariCalcutta invece dei vecchi (!?) Afterhours, Balestrieri, Fabi, Capozzella, Yo Yo Mundi.
Non oso scrivere ciò che penso di questi cosiddetti vecchi, non ho i soldi per gli avvocati, vi lascio immaginare la conseguente considerazione che nutro, anzi nutrio, per los jovencitos suindicati.
Andiamo avanti allegramente così, verso la clava, de-generazione dopo de-generazione.
Risalirà ‘sta sinusoide.
Vedrai che cambierà.

P.s. La narrazione della politica di Zagrebelsky sta a quella di Renzi così come l’ascolto di un intero concept album in vinile (bellamente sprofondati in poltrona a ravanare tra foto e testi di quelle meravigliosamente grandi copertine) sta all’orecchiare notine “liquide” di canzonette usa e getta sparse nella compressione digitale dei dispositivi mobili.
Dopo la decapitazione politica del ‘92 non abbiamo avuto un ricambio di classe dirigente all’altezza, anzi (non che quella precedente fosse chissà che ma qualche diritto ce lo siamo fatto dare, questi tolgono).
Il banana è stato il tragico innovatore del linguaggio, passato nella sua scaturigine da sezioni di partito a brain storming fra astuti pubblicitari.
E il rignanese ne è il continuatore.

L’Epitaffio di Sicilo in una delle versioni contemporanee che preferisco (e grazie ar cavolo direte voi, l’ha arrangiata tuo cognato e la canta tu’ sorella…)

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