Postarello (lunghetto) ad usum pipernensis

Avendo frequentato scuole molto basse non so se il latinorum sia giusto ma il senso dovrebbe essere chiaro: articolo dai contenuti locali, only for privernicolies, astenersi (volendo anche no, nel caso) affari esteri.

Dunque, “Svicolando”.

Acclarato il successo della manifestazione enoculturaltuttcosgastronomica facciamo due riflessioni in croce (qui si porta assai la simbologia della religione del ‘pesce’ essendo il fatto che mai ci infeudammo e che scegliemmo direttamente er Papa, anzi glió Papa, come Signore locale).
Il paesello, nonostante lo stupro urbanistico, le metastasi cementizie, la furia distruttrice della bestia italoindigena avida arrogante presuntuosa e ignorante, è ancora miracolosamente bello.
Certo bisogna arrivare al centro storico bendati come quando si va ad un appuntamento col più pericoloso dei narcotrafficanti.
Se guardi il percorso mentre vai a comprare le caramelle drogate e le sigarette allegre direttamente nei covi di Pablo Escobar e di John Gotti Jr. rischi una pallottola in fronte.
Se guardi il percorso mentre ti rechi al Paesemiochestaisullacollina rischi comunque la morte, ma per crepacuore, per infarto da bruttezza.
O al limite ti ci abitui alla bruttezza.
Il che è peggio.
E troppi di noi si stanno abituando.
Se perdiamo la capacità di discernere è la fine.

Abbiamo tutti a cuore i luoghi dell’infanzia.
Noi che siamo cresciuti in mezzo alla storia in forma di paesaggio urbano di qualità, storia grande o piccola che fosse, quando sogniamo i nostri luoghi del passato (come si usa dire: alla ricerca di noi stessi) ci struggiamo nel ricordo e il risveglio può essere traumatico, come sorpresi da un’improvvisa mancanza.
Passeggiare per i vicoli ripuliti, svuotati dall’occlusione intestinale automobilistica, illuminati e soprattutto pieni strapieni di gente sorridente mi ha dato l’impressione di stare in mezzo a uno di quei sogni.
Suona retorico ma non lo è, credetemi.
Camminavo per Via S.Giovanni e sentivo l’emozione salire.
Struggente.

Abbiamo un posto che ancora vale, nonostante tutto.
Nonostante almeno un secolo di cattive amministrazioni.
Più o meno tutte.
Amministrazioni che non hanno mai saputo o voluto sapere cosa significassero le parole urbanistica, conservazione, restauro, pianificazione, programmazione, valorizzazione dell’esistente, usi compatibili del territorio, precedenza dell’interesse pubblico su quello privato ecc.
E non mi consola sapere che questo è un morbo che attanaglia quasi tutta l’Italia, anzi.
Eravamo il belpaese del Gran Tour, stiamo diventando l’immondezzaio d’Europa.
Priverno è un posto simbolicamente italiano.

Abbiamo un paesello che ancora vale ma al bando pure le esagerazioni: ho sentito paragoni con Orvieto, Montepulciano, Montecatini, S.Gimignano.
Sì, come no.
Uguali…

Suppongo che a S.Gimignano non ci sia stato un amministratore capace di far buttar giù interi tratti di mura medievali per venire incontro alla modernità (fine XIX sec.).
O che Montepulciano non abbia avuto un improbabile sindaco-imprenditore edile che abbia fatto saltare parte del corpo di un convento risalente al XIII sec. per far spazio alle macchine (alle macchine!).
Oltretutto adesso gli abitanti di zona (S.Lorenzo) reclamano la costruzione di una chiesa perché la più vicina dista troppo (250 metri, però poi è salita eh).
Verrebbe da dire: “No, ma che davéro?’’.

Se (mio nonno avesse avuto tre palle sarebbe stato un flipper) avessimo avuto lo stesso spirito cittadino e la stessa coscienza storica dei toscani, umbri, marchigiani o quant’altri, sia da amministratori che da amministrati, forse ora ci vanteremmo di avere uno fra i TANTI paesi meglio conservati, sicuramente fra i piccoli centri più suggestivi d’Italia.
Ma qui l’unica conserva è quella di pomodoro, anzi, di pimpitoro.

Pimpitoro: ortaggio e oltraggio che sta per celardo, ciuóto, móna, rimbambito ecc.

Impossibile ripulire gli sfregi edilizi che accerchiano il centro storico, ci vorrebbe una bomba nucleare tattica ma i tempi di attesa del decadimento radioattivo temo un po’ precludano questa interessante quanto simpatica ipotesi.

La città è cresciuta sciatta e disordinata come nel resto della nazione tanto che credo possa essere definitivamente sdoganato un nuovo termine tecnico: cazzocanismo all’italiana.
Dove c’è un pertugio l’imprenditore edile, spesso aiutato dall’amministratore compiacente o ignorante, ficca i paletti e tira su scatoloni di cemento.
Evviva anche l’abusivismo di necessità ma il risultato non cambia, anzi.
Piscis primum a capite foetet, se è di necessità vuol dire che l’amministrazione non funziona.

Quando c’è volontà di fare bene succede che spesso si è velleitari o addirittura disastrosi.
Provate a fare un pacchetto dei progetti della nostrana edilizia scolastica (con la loro propria situazione urbana) e dei vari e comunque benemeriti esempi di edilizia popolare e portateli in visione a qualche docente di una qualsiasi facoltà di urbanistica.
Otterrete due possibili risultati: mani nei capelli (i più candidi) o grasse risate (i più cinici).

Il risultato è una città di riporto che fa nascere l’agglomerato urbano dall’interesse privato o dalla velleità senza conoscenza o da un mix di ambedue; esattamente il contrario di quello che dovrebbe essere il modus operandi: è dalla programmazione scientifica degli spazi in funzione del bene pubblico che invece deve scaturire il disegno della città.

Per non parlare della qualità del disegno degli edifici, vabbè.
Riporto una frase di Ettore Sottsass letta in una bella intervista di Marco Ciriello per il suo blog: “…Abbastanza raramente mi incontro con l’architettura. Molto spesso mi incontro con l’edilizia, con milioni di metri cubi di stanze tutte uguali, con una porta e una finestra, ammassate in grandi mucchi…”.

Come fare?

O lasciare le cose come stanno nell’ottica del non fare come miglior cosa da fare, oppure lanciare un serio piano di riorganizzazione urbana da qui a venti/trenta o enne anni.
Ci vogliono tempo, soldi e continuità amministrativa nel senso della volontà politica comune a tutti gli schieramenti presenti e futuri.

Progettare una scucitura il più chiara possibile tra sedimentazione storica e stoltaggini a-semantiche moderne e contemporanee (se se… donkeys flies); individuare aree dove poter edificare parcheggi multipiano magari semiinterrati (sfruttando l’orografia collinare, Veroli ne è un esempio piuttosto riuscito); incentivare la nascita di società pubbliche o semipubbliche di trasporto elettrico o animale che aiutino a raggiungere tutti i portoni del centro a chi non può fare affidamento sulle proprie gambe o a chi deve portare pesi o a chi è semplicemente pigro o a chi è solo stronzo (ad Artena hanno fatto un monumento al mulo, per dire); riprogettare i sensi di circolazione, gli arredi urbani e le piazze e vie di accesso al centro in modo tale da poter chiudere al traffico veicolare il centro stesso senza creare l’attuale cesura tra zona transitabile delirantemente obnubilata di macchine e zona pedonale allucinantemente desolata che in confronto il deserto dei Gobi è lo Studio 54 nel ‘77 (Ah ah ah ah Stayin’ alive stayin’ alive Ah ah ah ah Stattene là non venì qua…).

Sia chiaro che la chiusura al traffico, parziale o addirittura totale che sia, dell’intero centro storico o di parti di esso è un processo che deve avvenire solo alla fine dell’intera programmazione urbanistica, che vuol dire programmazione sociale, politica, economica: non solo “roba da architetti”, quelli sono l’ultima ruota del carro, vengono dopo gli urbanisti.
Non scambiamo causa con effetto: tutte le ultime amministrazioni si sono distinte per questa particolare “freve” di voler fare la zona pedonale saldamente chiusa al traffico come nei paesotti fichi della Toscana e dell’Umbria.
Sì.
Giusto.
E che ce vò?
Un paletto qua, un paletto là e via.
Certo, come no.
Chiudere sì, almeno in parte e non del tutto che, a parer mio, sarebbe comunque un errore.
Ma chiudere dopo e solo dopo che si è pensato a come ammortizzare la mancanza di traffico veicolare, a come deviarlo senza ingolfare il resto delle strade, a come nasconderlo, a come evitare che chi non possa più raggiungere letteralmente il banco del negozio con la propria autovettura vada altrove: i paesi medievali non sono mcdrive, contrariamente a quello che pensano i molli italianacci che non schiodano i loro flaccidi culi dalle amate stufe ottocentesche (e quello sono le macchine, stufe particolarmente inefficienti il cui progetto risale al secolo scorso, hai voglia a lifting ed elettronica…).
La chiusura del centro storico è un effetto della buona urbanistica, non ne è la causa tout court.
Chiudere così, senza fare altro che stare a guardare è istigazione a delinquere.

Comunque.

Complimentoni a tutti per la riuscita di “Svicolando”, abbiamo rivisto i luoghi della nostra infanzia pur vedendoli tutti i giorni.
Abbiamo ritrovato un po’ noi stessi.
Si può fare, nonostante tutto, e le edizioni prossime venture saranno sempre più belle.
Me lo sento.
Forse stiamo cominciando a prendere coscienza di qualcosa di più della visione acritica di quel vivere l’immediato che ci taglia radici e ci preclude il futuro.

Ad majora.

P.s. a proposito di chiusure al traffico: l’ultimissima amministrazione post commissariamento sta adottando una politica meno invasiva delle precedenti, si và a serrare solo nei fine settimana e in ore vespertine.
Così, per ora, può andare.
Non di più se non facciamo almeno un po’ di tutto quell’ambaradan di cui sopra.
Ciao.

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