“Noi siamo una minoranza di indesiderabili che grida nel deserto… Ma non sarà sempre così”

Aprii definitivamente gli occhi sulla strada da scegliere nella vastità del mondo delle percussioni ascoltando il disco di una pianista.

Potrebbe sembrare un paradosso ma non lo è in quanto la pianista in questione è Rita Marcotulli, jazzista romana dalla curiosità artistica particolarmente vivace e capace di andare oltre i confini di genere musicale.
“Stu core mio”, sesta traccia del CD “Nauplia” uscito per l’etichetta Egea nel 1995, fu una rivelazione, una botta al cuore che ancora adesso mi emoziona, un crescendo ben organizzato di piano, voce (Maria Pia De Vito: chapeaux), contrabbasso, piccola orchestra e percussioni (Alfio Antico, Naco e Arnaldo Vacca: genuflessioni in numero di tre).

Il secondo coup de foudre avvenne tre anni dopo, con “Masse di memoria”, sesta traccia (ancora il sei, destino, il numero di Changó) di “The woman next door”, inciso per la benemerita etichetta francese Label Bleu, disco interamente dedicato al cinema di Truffaut (etichetta benemerita ed ovviamente fallita…).
Tensione iniziale creata da quena, synth pad caldo, avvolgente e magnificamente armonizzante, voci recitanti in svariate lingue (fra cui la frase scelta a far da titolo a questo post, dal film Fahrenheit 451) e poi la sorpresa: il tutto che va a esplodere in un’inaspettata travolgente e straniante tarantella suonata da Ambrogione Sparagna e Carlo Rizzo (quarta genuflessione), con tutto il resto della band a far da contorno.
Il risultato, meraviglioso: come se un Pat Metheny senza chitarra assieme al compare Lyle Mays avessero fatto un pieno di Cesanese del Piglio e Nduja in un bistrot parigino.

Ovviamente seguii la carriera della Nostra così come quella della De Vito che, spesso incrociandosi fra loro, licenziarono lavori bellissimi collaborando con percussionisti straordinari come l’armeno Arto Tunçboyacıyan, i nostrani Federico Sanesi, Fulvio Maras e Michele Rabbia.
Fino all’ultimo disco uscito qualche mese fa per “La Casa del Jazz”, distribuito in edicola per i tipi de L’Espresso ed interamente dedicato alla musica di Pino Daniele.

E qui potrebbe aprirsi un dibattito: ha ragione James Senese? (“Siamo cresciuti insieme – con Pino Daniele ndR – ma ricordarlo non vuol dire sfruttare la sua immagine. Dovrebbero vergognarsi tutti quei musicisti che lo fanno”) o hanno ragione tutti gli altri?
Non oso immaginare cosa avrebbe detto se fosse cresciuto insieme a De André…
A me piacciono molto le persone che ragionano in termini così rigorosi ma con tutto il rispetto e la comprensione per James Senese, gigante storico del Jazz Rock italiano, penso che tutto sommato parlando di musica l’unico risultato che conti sia la musica stessa.
Il progetto funziona? Sì? Allora vivaddio perché no?
Non funziona? Allora hai ragione a schifarlo.

Ricordiamoci un po’ com’era la “Terra mia” originale:

Dal booklet: “Suonare con Pino Daniele è stata una delle esperienze più importanti della mia vita… …Lo celebriamo dando spazio alla composizione. Da straordinario musicista, qual è stato, ha scritto brani meravigliosi e melodie fantastiche… …Abbiamo scelto i brani insieme – alla band ndR – e li abbiamo vestiti in modo nuovo. Ognuno ha aggiunto alla tela un colore diverso. Non ascolterete le classiche cover”.

Questa la versione della superband di Rita Marcotulli:

Decisamente diversa, suoni belli e caldi, melodia appena accennata dalla tromba soffice di Luca Aquino e dal sax di Tore Brunborg, chitarra ipnotica del franco vietnamita Nguyên Lê, metrica completamente stravolta: 12 beat con gli accenti suddivisi in 5 + 7, o meglio ancora: in due gruppi da 3 + 2 e 4 + 3.
Metrica abbastanza complessa da farmi pensare ad un arrangiamento del chitarrista parigino dagli occhi a mandorla il quale è particolarmente avvezzo a giocare con i beat, invece le note del disco riportano la responsabilità della scelta al sassofonista norvegese.

Nella mia modesta opinione è un progetto che funziona.
Non raggiunge le vette artistiche dei dischi precedentemente citati ma è interessante.
È quasi interamente strumentale, e questo già basterebbe a suggellarne l’originalità, visto che si sta omaggiando un cosiddetto “cantautore”.
Unici brani cantati della raccolta sono “Lazzari felici” e “Ceveze” che con “Donna Cunce’” insieme formano praticamente lo stesso brano, un festival di napoletanìa.

Si parlava di superband ed infatti gli altri superlativi musicisti coinvolti nell’operazione sono il già citato Michele Rabbia alle percussioni (ma emergono pochino), lo statunitense Matthew Garrison al basso elettrico e il messicano Israel Varela alla batteria.
Quest’ultimi già collaboratori di Pino Daniele, così come la Marcotulli.
Alessandro Paternesi, giovane ma già brillantissimo, chiude il cerchio degli strumentisti suonando la batteria nell’ultimo brano.

Israel Varela non è solo un musicista stratosferico ma anche un cantante particolarmente sensibile.
Questa è la sua versione di “Quando” apparsa nel suo ultimo album con al piano sempre Rita Marcotulli:

Tanto per continuare a ribadire la qualità dei nomi coinvolti nel progetto, mi piace ricordare il bel lavoro che il sassofonista norvegese Tore Brunborg fece assieme alla sua conterranea Kirsti Huke nel 2011, “Scent of soil”:

Relativamente a Nguyên Lê, più sopra definito come musicista particolarmente avvezzo a giocare con i beat nonché chitarrista sopraffino ed originale, questa pazzesca versione di Whole lotta love testimonia la sua abilità nel “gioco delle tre carte” col ritmo.
Brano “forse” pensato con la seguente suddivisione: 10 + 10 + 9 + 8. In tutto 37 ottavi!
Buon conteggio…
Nguyên Lê dice che per impararla è sufficiente non pensare alle singole particelle dei beats ma lasciarsi trasportare dal groove sentendolo con il corpo e concepire il tutto come un unico grande movimento (vabbè, provateci ma se studiaste un po’ di solkattu come son sicuro lo abbia studiato lui potreste evitare di spendere parecchi euro in analgesici per il mal di testa):

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