Il circo quest’anno non passa di qua

Credo di aver perso il tappo dei canali lacrimali.
Mi ero ripromesso di scrivere del secondo disco di Flo solo dopo aver smesso di commuovermi all’ennesimo ascolto di “Ad ogni femmina un marito”.
E invece niente.
Vabbè, svolgo.
Brano potentissimo questo, degno di rappresentare al meglio la canzone italiana al top della sua scrittura.
Malinconico, amaro, struggente nel cantare, in un Italia decadente, arcaica, conservatrice, pomposamente controriformista, conformista e sconfitta, il rapporto imperfetto e meraviglioso tra madre e figlia.
Canzone senza tempo, fosse stata scritta e pubblicata venti anni fa da De André sul suo forzatamente ultimo Anime Salve a quest’ora la ricorderemmo come uno dei brani più belli di un disco già di per sé pieno di capolavori.
Il ricordo del genovese fa capolino anche nella melodia e soprattutto nella chiosa di “Quale Amore” (quel “tra le rose” spalmato tra dominante, sensibile e tonica), brano impreziosito dall’arpa di uno degli ospiti del disco, il grande Riccardo Zitello.
E anche qui la qualità del testo è preziosa, un crudo racconto di violenza sulle donne che verrebbe spontaneo definire “attuale” non fosse per il fatto che attuale è solo il faro mediatico, gli omuncoli forti coi deboli ce li portiamo appresso da un pezzo, purtroppo.
Riguardo alla bellezza della scrittura di Flo basterebbe darsi una letta al paragrafetto che fa da antifona ai ringraziamenti, letteratura pure quella anzichenò.

La band è un quartetto stabile, oltre alla titolare (Floriana Cangiano, per l’anagrafe), il chitarrista Ernesto Nobili, il violoncellista Marco Di Palo ed il percussionista Michele Maione.
Formazione quasi cameristica dal suono compatto e originale, più aggressivo (così come il canto) rispetto a quello del primo disco di cui parlai qui.
Se nel CD precedente la scrittura era equamente divisa fra Flo e l’eccellente Nobili in questo “Il mese del rosario” si comincia ad andare verso una collettivizzazione delle penne, il gruppo si fa autore e non solo insieme di musicisti di contorno.
Musicisti di grande valore, ovviamente.
Anche perché i concerti li fanno comunque in quattro e suonare dal vivo con strumentazione siffatta acustica e scarna richiede abilità professionali e affiatamento notevoli.
Il disco è uscito nel maggio di quest’anno e già abbondantemente recensito on line.
(Per approfondimenti: blogfoolk, il pickwik, onda musicale, ws magazine e ritratti di note).

Molto interessante, come al solito, il lavoro percussivo del vulcanico Michele Maione (vulcanico in tutti i sensi, a cominciare dai natali).
Elegante nel suo drumming, sciolto e pieno di groove, raffinato sempre ma “ignorante” quando serve.
“Freva ‘e criscenza”, quella che mia nonna chiamava freve cresciarella ovvero quella febbre un po’ magica e misteriosa che prende i bambini alti una spanna e li lascia qualche giorno dopo alti due o tre tacche in più, è un capolavoro di arrangiamento per percussioni (a prescindere dall’ovvio: la bellezza intrinseca del brano cantato in napoletano arcaico, una nenia salmodiata dalle anziane a uso benefattura contro il malocchio).
Semplice la scelta dei tamburi ma complesse le frasi: un Tar in lap style suonato in – forse – due sovraincisioni: una a scandire il tempo in ottavi alternando con molto gusto doum, tak, slap e secchi brush stroke e l’altra ad impreziosire il tutto con finger roll di grande livello tecnico (e di grande musicalità, che rimane sempre la cosa più difficile da fare con le percussioni a note indeterminate quando si va fuori dai ritmi e dai fraseggi preordinati). Un metallofono nel finale suggerisce maggiore tensione.
Il Tar è protagonista assoluto anche del primo dei due omaggi a Rosa Balistreri, “Buttana di to Ma’”, in cui Michele duetta improvvisando e seguendo istintualmente il canto straziante di Flo.
Il secondo omaggio alla Rosa della Trinacria fila su più abituali binari di una lenta tarantella siciliana, sempre Tar e metallofono di cui sopra.
Altro brano dal grande lavorìo di pelli è “Malemaritate”, canzone a sfondo sociale che parla di sfruttamento della prostituzione, santa redenzione e ritorno alla strada per evitare il male peggiore del prete salvifico che salvifico non è.
Un up tempo “bello tirato” con tre diverse sezioni di accompagnamento di cui due degne di nota: riq e bass drum a marcare i bassi del ritmo “Saidi” e un rullantino a deviare gli accenti e la somma del risultato ritmico verso un feeling più à la posse (molto probabile che il rullantino in questione poi altro non sia che il famoso barattolo di caffè che il Maione va suonando nei suoi concerti); l’altra parte è molto aggressiva, basata su una linea di davul turco, o grancassa – suo surrogato occidentale – molto ben suonata nella parte del battente sottile grazie al sapido utilizzo dei doppi colpi in perfetto stile ottomano.
Evidente la messa a frutto dell’esperienza con gli ‘O Rom, gruppo campano di musica balcanica.
Molto bello il cambio di scena tra le due sezioni al min. 1’:45”.
Più lineari le idee che accompagnano “Controra arancione”, un serrato fraseggio di drumset arricchito da una solida darbouka e shaker (nonché intervallato da un bridge con un violoncello sorprendentemente rock), e “Bellissima presenza”, semplice up tempo swing molto ben impreziosito da piccole percussioni, scelto come videobrano promozionale del disco, dal sarcastico contenuto testuale politico-sociale.
“Vulìo”, che in napoletano rappresenta una sorta di saudade del desiderio, esistenze inappagate, aneliti frustrati ma comunque sognati, vede il nostro alle prese con strumenti latini.
Semplici ma precisi e “oliosi” fraseggi di martillo del bongó che vengono preceduti da un’apertura ad orologeria, il ticchettìo di una sveglia, infiorettati da colpi di wood block e rimbalzi di bacchette su un rullante senza cordiera.
Il tutto prelude poi ad un raddoppio sonoro attraverso un bolero suonato con le congas e amalgamato dal solito sintetico (nel senso di piccolo) drumset.

Sarebbe tutto, non fosse che il disco continua a girare e dopo più di quattro minuti il silenzio dopo l’ultima traccia si tramuta in un finale glorioso: una delle più belle versioni di “Bang Bang” mai ascoltata, ispirata forse più alla versione di Dalida che a quelle di Cher, di Nancy Sinatra o delle mille altre cantate e ricantate da mezzo mondo.
Indolente, Lo-fi, malinconicissima, dai suoni perfettamente in stile (quell’organo…).
Il pensiero mi torna all’ “Amore e Dio” di Edoardo Inglese, altro grande artista conosciuto grazie al compulsivo traffichìo online (ne parlai qui pochi mesi fa. È vero che conobbi Flo grazie all’intercessione dell’enormissimo Capitano Sepe, quindi prima dell’avvento del web come mezzo principale di conoscenza musicale, però la sostanza del discorso non cambia).
“Amore e Dio” si apriva proprio con una piccola citazione di Bang Bang.
Quindi un’ancor più piccola coincidenza, un minimo segnale insignificante al quale  mi piace dare invece una luce di verità, di bellezza, di comunanza di visioni, di giustezza di percorsi.

Un grande disco questo “Il mese del rosario” di Flo.

Overament.

P.s. Per amor di precisione, il mancino Michele Maione è addetto anche a strimpellare qualche cordofono.  Nel video seguente è impegnato alla mandola.

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