Ancora sui Folk Rose

Nei sette post pubblicati precedentemente a questo ho narrato in maniera grottesca e spero comica parte della storia di quella che è stata la mia band per due interi lustri, i Folk Rose.

A scanso di equivoci: a Latina esistevano ed esistono i Folk Road, gruppo specializzato in musica celtica, capitanati dal prode Marcellone De Dominicis (che ama definirsi, giustamente, suonatore di musica angloscotoirlandese).
Una scissione nel gruppo originale partorì l’ensemble Folk Rose.

Scelta a dir poco discutibile questa del nome, il titolare degli scismatici si professò autore di gran parte delle scelte musicali e degli arrangiamenti del gruppo originario e volle mantenere un nome più possibile simile al vecchio per non perdere audience.
Bella cazzata (scusami Paolo, lo sai che ti voglio bene ma ‘sta cosa te l’ho sempre detta).
L’ovvio risultato è quella della perenne confusione fra i due gruppi che nemmeno il quasi totale rinnovamento dell’origine geografica del nostro repertorio ha contribuito a lenire.
I Folk Road sempre più specializzati in robe nordiche, i Folk Rose alla ricerca dell’impossibile: la velleità di creare un folk che non c’è, una musica di (pseudo) tradizione di una città e di un intorno territoriale che storia e tradizioni non ne ha, Latina, palude fino a novant’anni orsono.

Strana città questa Latina fu Littoria, fondata dal mascellone nel ’32 dopo l’enormissima impresa di bonificare quelle che adesso sarebbe considerata terra da conservare gelosamente per via della rarità e preziosità del suo ecosistema, la nostra piccola Amazzonia (non sto dicendo che abbia sbagliato ad asciugare la palude pontina, sto mettendo sul piatto diverse visioni storiche dello stesso fenomeno).

Troppo giovane e di popolazione ancora troppo eterogenea per avere una visione propria, un dialetto comune, un cibo comune, una musica comune, insomma tutte quelle cose che rendono caratteristico un posto di cui l’Italietta nostra è campione mondiale.

(Mi permetto di aggiungere una nota di pessimismo cosmico: dalla fondazione all’avvento dell’esplosione dei mezzi di comunicazione di massa il passo è stato brevissimo, temo che lo spirito comune che potrà raggiungere Latina non potrà essere troppo dissimile da quello che vanno propinandoci giorno per giorno i cavalieri dell’apocalisse del pensiero unico: radio, tv, stampa e pennivendoli vari, confidiamo nella resistenza delle capocce dei nostri amici latinensi).

E così, dopo un cambio di formazione che vide elementi filoceltici dare il cambio ad altri decisamente più infatuati del buriname nostrano (io ovviamente ero fra questi), decidemmo di provare a fare una crasi tra le gighe e i reel che venivano suonati nei pub (e che tanto suonavano simili alle musiche dei posti da cui provenivano i primi latinensi settentrionali come furlan, ferraresi, veneti ecc.) e le musiche popolari dei colli dell’intorno territoriale delle paludi, i preappennini Lepini e Ausoni, i Castelli Romani, i primi lembi del fu Regno Borbonico, e cose così.

Fu un gran divertirsi, la cosa aveva un senso e non appena cominciammo a vedere una qual certa quadratura del cerchio negli arrangiamenti l’avventura dei Folk Rose finì nel nulla per una serie di vicissitudini più o meno raccontate nei post precedenti.
Peccato.

Confesso che schifavo parecchio la musica irlandese ma ho imparato ad apprezzarla nei continui viaggi in nord Europa dove ci invitavano in vari festival folk, lì è diffusissima in ambienti popolari come da noi il liscio romagnolo e i balli di gruppo (sic).
L’idea di dover suonare solo gighe non mi piaceva ma la prospettiva di creare un ponte fra due diverse tradizioni mi entusiasmava.
Il bello poi è che provenivo da due anni di ferrea formazione afrocubana tant’è che mi chiesi cosa c’entrassi io in mezzo a fiddle e bouzouki.
Era evidente che la primissima formazione dei Folk Rose fosse di bocca piuttosto buona: “Scusate ma io suono congas e batà, che c’entro coi reel?” “Che te frega, dai du’ colpi, du’ barattoli, ce porti er tempo e via, se divertimo”.
Ecco.

“Ce semo divertiti” per carità ma, per amor di patria, misi da parte le cubanìe e feci un corso accelerato di tamburello col salentino Umberto Papadia e mi si aprì un mondo che non ho più abbandonato.
(Poi passai ad altri maestri – Vacca, Piccioni, Frame Drums Italia, ecc. – e tuttora continuo ad approfondire tecniche di tamburi a cornice di varia estrazione).
Suonare gighe era divertente, i reel ancora di più, ma la tarantella è casa mia, è quello che mangio, quello che respiro, quello che vivo.
Suonarla così spesso all’estero e vederla apprezzata dai vichinghi me l’ha fatta piacere ancora di più, ne andavo e ne vado orgoglioso.

Adesso non suono più musica popolare, sono passato a cose più complicate e cervellotiche ma certo non rinnego niente, anzi, sempre pronto a parlare alla pancia coi miei tamburelli quando e se si presenterà l’occasione.

Non parliamo della musica celtica, ascolto di tutto ma le nenie nebbiose di quei drogati di birra sono tornate un po’ indietro nella classifica dei miei pur camaleontici ascolti.
Tranne quando si presenta un capolavoro, allora non è né celtica né autroungarica o altro, è musica bella e basta.
Come il secondo disco dei The Gloaming, supergruppo di stelle dell’Irish Music divisi a metà fra l’isola verde e gli Stati Uniti.

Voglio finire questi lunghi post sui Folk Rose con un loro brano, noi non abbiamo lasciato ai posteri materiale sufficientemente valido per essere pubblicato on line (causa anche improvvide rotture di hard disk).
Come fosse un augurio per ricominciare, magari anche dalla celtica, perché no, ricominciare daccapo e continuare nella direzione intrapresa per tornare a stare insieme e divertirci come ai vecchi tempi.

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