Un’astoria vera veramente pt.1

I Bifolk Roz erano un gruppo medio-scrauso dall’incerto futuro ma dall’insospettabile piacevole sound al sapor di tamarindorzata andato a male.

Era formato da sei disperate mezze cartucce.

Il decano Piercalvo Doloretti, detto McManicus, era addetto al pizzicorìo di pseudochitarrine quali mandolini scordati, mandòle ferrose, banjo senza corde, bouzouki dai rivolti rivoltanti, ghironde esauste e altro anticagliame tarlato vario ed eventuale.
La familiarità coi manici, l’esacerbazione onanistica, gli aveva ormai fatto raggiungere la pace dei sensi.
Frank Di Mazza, detto anche De Coccio, tormentava una malcapitata Martin acustica (che comunque faceva già abbastanza cacare di suo).
Non sarebbe mai andato a tempo in vita sua, era talmente tanto pippa che i suoi amici cominciavano a chiamarlo Zappa (nel senso “disertore della…”).
Cicciolino Egli giocava a fare il primo donno in virtù del suo fisarmonicheggiare pallido e assorto.
Occhio languido e sorriso scintillante, era l’unico proprietario di pisello del gruppo che acchiappava regolarmente ad ogni concerto.
Ad ogni loffa di mantice (e spesso non era il mantice) tre o quattro donzelle cadevano in estasi rapite.
Qualcuna arrivava a sfilarsi le mutande nascondendogliele nella custodia della fisa.
Misteri del fascino latino, anzi di Latina, anzi, più esattamente del Pantanaccio di Latina (pensa un po’ te…).
Caramelo Bongodoro, meglio noto come Nenè er Dimanga, percuoteva brutalmente ogni cosa gli capitasse a tiro. Meglio stargli alla larga, non aveva esattamente un aspetto rassicurante, di lui si diceva fosse l’ultimo discendente dell’uomo di Neanderthal, il gene immutato dal paleolitico medio, non a caso era l’unico vero burino del gruppo, privernicolo doc.
Nàrrasi anche che in illo tempore, quando il Bongodoro era fanciullo, la mamma chiese ad un noto maestro di musica quale strumento a fiato fosse più adatto alla bella boccuccia del suo amato pargoletto, il maestro squadrò le non esattamente eleganti labbra di Caramelo ed esclamò grave e solenne:
“Il tamburo!”.
Titina Sfiatucci, sputacchiava giuliva dentro ciufoli e fischietti, aveva una bella voce in seconda e, cosa che non guasta, nonostante la fricchettonaggine acuta, era pure bòna.
Giantòpa Makìera Lacàllas, per gli amici Maria Càrlas, era la voce in prima, anche lei bonazza anzichenò, voci maligne sussurravano che il suo successo canterino fosse dovuto più alle trasparenze delle gonnelle che all’ugola vera e propria, mah!
Chiacchiere da paese.
Certo era vero però che Giantòpa si metteva sempre a favore di radiologici controluce che lasciavano intuire, per il sommo gaudio della maschia platea, una sontuosa chiapperia in stile rococò.
(continua)

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