Xanî sweet xanî

A volte, ascoltando musica, percepiamo dei riverberi lunghi chilometri: se ci prende un’ondata di gelo (bella ma immalinconente e lontana) probabilmente siamo a latitudini scandinave; se invece ci investono calma e pace interiore unite ad un soffuso senso di leggero calore allora non v’è dubbio alcuno: qualche popolo del Vicino Oriente o dell’Asia centrale ci sta profondendo di bellezza.

L’apertura del nuovo disco di Kahyan Kalhor, suonatore di Kamancheh, spiazza un po’: un “dual soliloquy” di un elegantissimo pianoforte strariverberato, tra un Re e suoi compari invero magnificamente discordanti, proietta la mente a latitudini polari; poi entra lo strumento chiave, il violino centrasiatico che accende la fiamma e strugge, a suggellare definitivamente l’origine di tanta raffinatezza: quel Kurdistan che non c’è.

Divisi fra Turchia, Iraq, Iran, Siria e Armenia i curdi hanno una tradizione di canti meravigliosi il cui tema spesso ricorrente è appunto il sogno di una paese proprio, una propria casa.
Un po’ la stessa anima dell’Heimat tedesco, lì nato dal dissolvimento di tanti piccoli staterelli più o meno omogenei in un’unica nazione, qui il sogno ricorrente di unire territori appartenenti formalmente ad altre culture per formare un’unica patria, all’insegna delle tradizioni, della lingua e della storia comuni.
Il contrario di quello che va di moda adesso in questa Europa artatamente comunitaria (il sogno di Altiero Spinelli credo sia stato tradito da un bel po’).

ll pianista è l’azero Salman Gambarov, il quale dà alla musica un vestito di internazionalità col suo tocco etereo e moderno; al Kamencheh il già citato titolare del lavoro Kahyan Kalhor, nato in Iran e rinomato maestro anche nel campo della musica persiana; l’altro cordofono presente del disco è il Tanbur, una sorta di liuto a manico lungo, suonato dal curdoturcotedesco Cemil Qocgiri; la voce è affidata al potente timbro di Aynur Dogan, anche lei curda di provenienza anatolica.

Tutti i brani sono piuttosto lunghi ma tutti quanti durano un attimo.

 “This world is like a blink of an eye… This world is a dark and cruel place, stay my beauty…”.

lo stesso brano interpretato da due dei nostri assieme a un’orchestra di musica da camera tedesca, almost paradise… (lo strabiliante clarinettista viene dalla Siria, altra culla di grandissima arte musicale, distrutta dall’Hybris di quel maligno cancro del pianeta Terra che è l’uomo avido).

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...