Une belle histoire (la loro)

Liberté, Egalité ma soprattutto Frat’ammé, come diceva recentemente un noto rangio fellone.
Ed eccoli qua puntuali i francesi che continuano a darci lezioni di civiltà regolarmente invidiate da quel popolaccio infame, molle, vecchio e supino che siamo diventati noi italiani.
La supposta riforma del lavoro trova oltralpe uno scoglio chiamato volontà popolare e sindacati, qua la riforma, anzi la supposta, ha fatto regolarmente il suo viaggio per non diciamo dove.
E siamo capaci solo di lamentarci.
Dopo.
Non avendo il sottoscritto nessuna competenza per analisi sociopoliticoeconomiche (vorrei essere capace di scrivere qualcosa ma avendo fatte scuole basse basse mi vengono solo parolacce, delle peggiori) allora buttiamola in caciara con la musica (che ovviamente il noto popolaccio di cui sopra considera come una specie di passatempo per gente non troppo incline alla fatica).
Quindi in onore dei cuginastri transalpini (una scusa come un’altra per sentire un po’di musica, d’altronde aussi je suis italien…) vado a riesumare una canzonetta nata dalla penna del grenoblese Michel Fugain e tradotta quasi subito in idioma volgare da quel romanticone che fu “Er Califfo”: “Une belle histoire” che qui da noi è diventata “Un’estate fa”, cantata dalla Caselli, da Califano stesso, dalla Mina e da un sacco di altra gente (persino gli Homo Sapiens, per dire).
Siamo in pieno easy listening (vivaddio, ogni tanto fa bene), melodia ruffianella e armonia furbacchiona.
Qui la versione originale, qui quella in duo con la Caterina Caselli, che ormai di mestiere fa la mamma del presidente della SIAE nonché incidentalmente produttrice discografica (che culo eh? Viva l’Italia), qui quella della Annamaria Mina Mazzini, qui quella che preferisco fra le tante incise dar Califfo (nel post scriptum spiego perché).
Allego invece “alla luce del monitor” il video di “Une belle histoire” nella versione di 43 anni successiva all’originale, cantata da Michel Fugain stesso assieme ai suoi sodali del gruppo Pluribus, versione che mi ha colpito particolarmente per l’arrangiamento piuttosto articolato (strepitosa la modulazione che porta all’irresistibile cantato italiano, vero che al tutto manca un po’ di brio e in questo peut-être l’original est mieux ma va bene comunque, dai).
La brunetta che fa le veci della Caselli si chiama Dominique Fidanza, siculobelga con un passato nel pop italico (le Lollipop).

P.s. fra le tante versioni del Califfo quella che ho linkato più su si distingue per l’uso delle percussioni, intro con due darbouka che fanno un apparentemente strano fraseggio (poi rivèlasi un karachi articolato a mo di guaguancó, mano latina évidemment) e poi tumbao di un basso un po’ legnoso e congas, clave di son, il piano che va un po’ pe’ cicoria ma poi si riprende, e così l’atmosfera vira subito verso sonorità cubane ma non troppo.
La stranezza, oltre che nelle frasi di batteria, sta nello strumming di chitarra, simile a quello usato da Lou Reed in Walk on the Wild Side che, fuso alla ritmica latina, crea un andamento piuttosto originale, magari un po’ seduto, più latinorum che latino. Giustamente Er Califfo era de Roma e non de La Habana: suonare tutti gli strumenti in chiave salsera avrebbe significato fare un brano semplicemente cubofono.
È stato giusto arrangiare così, mischiare sempre, adeguarsi al già sentito mai (a menos que nun se voja fa’ apposta la salsa, anzi a sarsa).

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