Rangetielli di tutto il mondo unitevi

Attenzione, Capitan Capitone e i fratelli della Costa è un disco tossico: può creare dipendenza.
Anzi, se non ve la crea sicuro avete un problema: fatevi curare.
Quella sporadica scivolata canterina che tanto aveva schifato i recensori della rivista musicagièzz (relativamente al precedente disco “A Note Spiegate”) qua la fa da padrona.
Dirò di più: è tutta una scivolata canterina.
E meno male.
Il Capitano una volta ebbe a dire di non aver mai avuto contezza di voler restare nell’ambito del Jazz puro perché la vita era tutta da un’altra parte.
Immagine chiara e condivisibile in toto.
Perché la vita non sta nella fossilizzazione museografica, nella chiusura a steccati, nei muri di Berlino e in quelli a Gaza ma nel brulicare batteriologico delle contaminazioni culturali, nel piacersi, mischiarsi e sporcarsi (la natura non scherza: non è un caso che la frotta canina liberamente incrociata sia più intelligente di quella selezionata dal genio umano).
È un disco scritto a più mani, contemporaneamente goliardico e serio, leggero e profondo, fa divertire e fa riflettere, pieno zeppo di citazioni musicali.
Racconta, fra le righe, la storia di un incontro fra due generazioni di musicisti, un vero e proprio do ut des, attraverso la narrazione di un’Odissea alternativa, scoppiata, persino comica – parecchio -, inframezzata da canti di mare e canti di città (Napoli, che sta sul mare, e quindi…).
Sulla genesi e sui personaggi di questa meravigliosa operazione culturale potete lèggerne qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, e qui.
È la fotografia (di una parte) della Nea Polis musicale contemporanea.
Fotografia che segue l’altra istantanea, scattata nel ’93 dallo stesso Capitano (allora sotto lo strano pseudonimo di Daniele Sepe), che si chiamava “Vite Perdite”.

  • Prologo La Tempesta
    Una tempesta cinematica che al suo apice sfocia in quella che potrebbe essere una citazione al ralenti della “Tarantella del Gargano” che fu cavallo di battaglia, fra gli altri brani purosangue, del suddetto disco di 23 anni fa (bel numero Capita’).
  • Penelope
    È Ulisse che fa naufragio, partendo da Itaca (con la radio sintonizzata sul rebetiko) e andandosi a schiantare sugli scogli dei Caraibi (che infatti qui si piglia solo il calypso).
    Con tanti saluti alle colonne d’Ercole.
    Ci pigliano gusto i nostri, bella la vita ai Sargassi, hai voglia a tèssere Pene’, stai fresca.
    Anche perché sulle coste della Colombia atlantica si cantano ‘ste robe qua (porque en el mar quiero pasar la vida entera sin recordar que existe un mundo rodeado de fronteras que gobierna el corazon), un legame parentale con la filosofia del Capitone innegabilmente c’è...
    Dario Sansone dei Foja firma questo primo brano in cui c’è il primo dei tanti ritornelli micidiali di cui questo disco è pieno.
  • Amó
    Da Santo Domingo a Piazza Bellini il passo è breve, che ce vo’?
    Si canta di quella gioventù vuota e senza bussola che pare sia la maggioranza degli astanti il centro storico di Partenope, anzi del pianeta Terra.
    Il brano potrebbe essere un prolungamento della “poetica” di “Fessbuk Cronache dal Manicomio” (disco, ovviamente bello, che però ha dato qualche grattacapo al Capitano, di questa storia trovàsi qualche traccia nei link di cui sopra) affidato alla stralunata visione di Aldo Laurenza (Aldolà Chivalà) ed impreziosito dalla scrittura dello stesso Sansone e di Mauro Romano.
    Del Capitano non parlo perché tanto quello sta pe tutt part.
    Il ritornello, il secondo della serie, sembra partire suppergiù da Glenn Miller per approdare rapidamente a Mimmo Modugno.
  • Le Range Fellon
    E poi siamo al primo formidabile hit: mia figlia, dieci anni, non smette di cantare il francese maccheronico di ‘sto benedetto Range Fellon di Andrea Tartaglia.
    Musicalmente stiamo dalle parti di Manu Chao, testualmente è il brano in cui più si percepisce lo scambio fra la giovane ciurma ecologista (il range marche marche e in gir trouve solo nu sacc e merde, human e non) e la militanza politica attiva del vecchio Capitano (che insegna ai giovani rangetielli che solo unendo le chele si potrà avere più liberté, egalitè ma soprattutto frat’ammè – sublime – ).
  • Dalla Coffa #1
    Primo intervento del meglio coffiere della storia della pirateria: è Gino Fastidio al suo primo miraggio, avvista la terra, ma sta ‘mbriaco.
  • Spritz e Rivoluzione
    Ancora una frecciatina ai cosiddetti “giovanimmerda”, altro brano in linea con le citate cronache dal manicomio.
    Le firme sono di Floriana Cangiano, Tartaglia e Nero Nelson, la musica cita pesantemente gli anni ’70 della disco più raffinata, funky (io ci sento un trittico fra Nile Rodgers, la Nu Yòrica meno latina e più nera e persino un vago ricordo di “You make me feel like dancing” di Leo Sayer).
    Alla voce Sara “Sossia” Sgueglia, belle e non banali le frasi di accompagnamento di congas ad opera di Peppe Sannino (credo, nel booklet non è specificato ma la mano sembra quella), simpaticamente zappiano l’elenco delle cose da fare a Napule la sera mentre non credo sia un caso che al giovane “quarantenne a casa ‘e mammà” sia stato fatto dire una cosa equivocabile: Maurizio Capone suona la munnezz non nel senso che fa schifo ma nel senso che è il più valido percussionista italiano nel campo del recycled drums, attivissimo nel sociale, altroché cazzi.
  • L’Ammore ‘o Vero
    Secondo hit, romanticume a palla, Alessio Sollo e Claudio “Gnut” Domestico.
    Se la cantassi a mia moglie quella mi risposerebbe ancora, muto mi taccio, una volta abbasta, grazie.
    Chitarra, voce e un’infiorettatura di sax da brividi.
  • La Valse du Capiton
    Qui la penna del Capitano si sente forte e chiara, una specie di Nino Rota che beve troppo Pernod cercando il giusto mood per scrivere una musette (e lo trova, con una progressione armonica tutt’altro che banale).
    Al “Theremin dei poveri”, ovvero la sega ad arco, un bravo Pietro Festa (niente facile azzeccare le note e i vibrato).
  • La Chiamavano Sanità
    Un incontro fra gli Squallor, Franco Micalizzi, Morricone, Sergio Leone ed E.B.Clucher.
    Una storia di guapparìa scritta assieme a Roberto Colella de La Maschera.
    Sciòn sciòn Sanità sembra recitata da Alfredo Cerruti con Daniele Pace che se la ride da lassù.
  • Dalla coffa #2
    Gli iceberg in miezo ai Caraibi? Eppure Fastidio li vede. Fa caldo…
  • Jovano
    Dopo Ederlezi, Yerakina, Ajde Jano, Ouzo, Kopanitsa ed altre perle dei Balcani mi sono sempre chiesto quando il Capitano ci avrebbe regalato la sua versione di uno degli ultimi gioielli di quella sacca culturale rimasti ancora senza una sua cover.
    Et voilà: dalla Macedonia l’immarcescibile Jovano Jovanke, che si riascolta volentierissimo nella versione curata assieme agli ‘O Rom.
    Versione (e che ve lo dico a fa’?) fra le migliori delle innumerevoli riletture.
    Muscolare e caleidoscopica, rocciosa ma resa liquida dalla fisarmonica di Costel Lautaru, straniante nel gioco parallelo delle frequenze alte delle percussioni: da una parte i sonagli dell’ortodosso riq che segnano stabilmente i sette ottavi, dall’altra un’ignorantissima tammorra che si ostina a marcare quattro creando un’onda sghemba che si reincontra una volta ogni quattro battute (le frequenze basse e medie sono affidate a Davul e Darbouka; sono le scelte di Michele Maione, ‘o principe di noi percussionisti, ed Emidio Ausiello, la potenza, colui che rompe i cajón con la sola imposizione dello sguardo).
  • Bambolina
    “Bammenell ‘e copp”e quartieri” attualizzata ai giorni nostri (brano che sta su “Il Canzoniere Illustrato” del 2012, altra generosa perla discotipografica del nostro Capitano).
    Raffaele Viviani psichedelico e indolente.
    Indolente come l’ostinato di basso elettrico sul quale cesellano elegantemente il pianoforte, la chitarra e il sax.
    Ho letto che il Capitano, trovando l’armonizzazione del brano troppo semplice, ha ridisegnato tutta la progressione degli accordi per evitare che il brano sembrasse troppo deandreiano.
    Il fatto è che in un disco in cui tante mani sono di provenienza cantautorale mi sembrava inevitabile che prima o poi spuntasse fuori un riferimento al genovese.
    Il quale, buonanima, deve essersi risentito ed è rientrato dalla finestra spuntando come un fantasma, qual è e fu, attraverso la scrittura di Nero Nelson, tanto che fra le note della melodia si percepisce appena una lontana “Tre madri” (e male non fa).
    E questo non è l’unico richiamo al fine cesellatore di parole che svernava in Sardegna: nel booklet il Capitano ha voluto mettere una bellissima citazione del pirata gentiluomo Samuel “Black Sam” Bellamy, una vera e propria lezione di vita, un invito all’azione e alla dignità; anche de André fece stampare una dichiarazione d’intenti di Black Sam sul libretto di un suo disco, “Le Nuvole”, del 1990.
  • C’amma Ritruva’
    Ritroviamo Tartaglia stavolta alle prese con la bollente attualità dei migranti, capovolgendone la visione: noi che si parte da qui per andare a casa di chi fugge.
    E si capisce il perché della fuga.
    Viene spontaneo canticchiarci sopra il tema di “This is not America”, canzone scritta dal Duca Bianco sulle note patmethenyniane di “Chris”, brano di punta della colonna sonora di un film dell’85, “Il gioco del falco”.
    Citazione musicale voluta evidentemente, a giudicare dal leadsynth di contrappunto alla melodia, suono di sintesi che ricorda molto da vicino il mitico Oberheim di Lyle Mays, il pianista tastierista del Pat Metheny Group.
    Ennesimo ritornello assassino: “Sì, ma mo me perde e nun me trovo cchiù. Se nun te truove anche tu”.
  • Dalla Coffa #3
    Quello, Fastidio, vede Gesù. Mah
  • Poggioreale mia
    Si ricambia stile, la barca, carambolando fra coste e porti, stavolta approda alla Big Easy, New Orleans, Lake Pontchartrain, Louisiana, Nola.
    Un blues vestito da second line e verniciato di cajun (o zydeco, Mario Insenga, il Levon Helm della Campania Felix, è bianco ma a me m’è parso sempre nir…).
  • Me Ne Vek Bene
    Ennesimo hit tormentone.
    Stavolta il coffiere si prende più spazio e imperla un testo che scompiscia, un inno allo scoppiamento di coppia (per certi versi lo immaginiamo cantato da Ulisse ai Caraibi, anche se è stato lui a dover lasciare Penelope e non viceversa ma tanto gli effetti della singletudine sono gli stessi).
    Il brano è arrangiato in maniera molto ma molto efficace, perfetta, su un ritmino sixties si staglia prima la voce, poi il sax, poi le percussioni, poi il coro, l’orchestra e poi il crescendo irresistibile prima del fade out finale.
    Entra in capa e non esce più, maledetto..
  • Dalla Coffa #4
    E qui si evince che quel “Me ne vek bene” era pretestuoso: il coffiere vede femmine dappertutto, a poppa, a prua.
    Peccato che quella a bordo, seducente e con l’occhiolino languido, fosse Tartaglia (effettivamente quello i capelli lunghi li tiene però).
  • La Ballata del Capitone
    Ultimo ritornello malefico, altro brano entrato nelle hit parade personale della mia progenie (Mannaggia a Colella, Sansone e Tartaglia ma non tenevate niente a fa’?)
    Il Capitone è agli sgoccioli, la ciurma è stanca, non bastano pappagalli per turare le falle e piano piano, complice un gioco di pitch, la barca va giù e ciao còre.
    Glu glu.
    Fine.
  • Epilogo L’Isola del Capitone
    Il Capitano è rimasto solo e abbandonato su uno scoglio deserto, assieme al pappagallo e al rangio fellone.
    Piange triste il tradimento della ciurma sopra ad una bellissima sonata di Scarlatti (presumo Domenico e non Alessandro, ignorante che sono)  arrangiata per mandolino.
    Avrebbe dovuto essere il finale vero ma l’equipaggio l’ha trovato troppo triste anche se quella chiosa “Ma che me ne fotte a me” spazza via tutte le inquietudini.
    E quindi, a mo di sipario, si è voluto aggiungere il travolgente vero finale finto.
  • Pusilleco addiruso
    Di Ernesto Murolo e Salvatore Gambardella e suonato in maniera scintillante dalla Contrabbanda di Luciano Russo, ci riporta piacevolmente davanti al microfono l’indimenticabile Auli Kokko che il Capitano nelle sue precedenti vite e ciurme presentava come la svedese più bassa della storia, consapevolmente ignorando che Auli non è concittadina dell’Ikea ma fieramente appartenente all’etnia Sami, praticamente un elfa di Babbo Natale.
    Risentirla ci ha dato l’illusione di esserci affrancati almeno vent’anni.
    Sarebbe finita qui, senonché, essendo finto, il finale vero è quello ancora dopo.
  • Perfect Suicide
    La ghost track dell’album, ennesimo giro di boa musicale, stavolta il rock dei The Collettivo.

Eppure tutto si tiene, anzi, toutt se tèn, come direbbe il rangio fellone: barocco, blues, balkan, pop, rock, funk ecc.
Una macedonia di un’ottantina di musicisti sotto la ferrea direzione del Capitano che si diverte pure a fare missaggio (fatto a mestiere, il disco si sente bene dappertutto) e mastering.
Un’opera solare che si sente e si risente, a uso di quei fumatori tossici che si appicciano le sigarette una via l’altra.
Io ne ho comprate due copie, mo fate voi.
Mi permetto di chiudere con una citazione dalla stessa rivista con la quale ho aperto questo lungo post: “L’album è solido, quadrato, schiettamente pupulare (tranne qualche scivolata che però nun ce sta mannacc…). Totalmente godibile”.
Ciao.

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