Il ritmo dell’eptasillabo “Non a-ve-te più scu-se”

“La scala buia”, lato B di “Non gioco più”, 45 giri della Mina Mazzini, a.D. 1974.

Intro di acustica e di elettrica all’unisono, Hohner Clavinet da una parte, Rhodes dall’altra (e forse pure Wurlitzer al centro), la voce della Tigre di Cremona ed il brano parte che è una bellezza.

A fare da contrappunto ritmico alle chitarre qualche sparuta frase di bongó.

Suonati bene? Suonati male?

Suonati e basta, l’idea era ovviamente buona ma (oggi più che allora) orecchie esperte capirebbero che mani e frasi non appartenevano a professionisti della percussione (a maggior gloria della produzione non va però taciuto il perfetto tumbao nel ritornello).

Pino Presti, arrangiatore e produttore della Mina dal ’71 al ’78, scrisse, piuttosto recentemente sulla bacheca di un comune eccellentissimo contatto FB, che fu lui ad avere l’idea dei “bonghetti…” e che fu lui stesso a suonarli.

Nell’81, sette anni dopo, vediamo ancora Antonella Ruggiero, non una qualsiasi quindi, mettere le mani su un paio di congas (con una postura imbarazzante e a dir poco pericolosa: altri dieci minuti e “infarto ai polsi” garantito; dal min. 6′:05”, dopo aver suonato, invero con grazia, delle campane tubolari) producendo, rispetto alle enormi potenzialità dello strumento, frasi di scarso effetto sull’economia del brano (e voi direte: “Evidentemente quello stavano cercando”. Giusto, però la mia non è una critica musicale ma solo un’osservazione tecnica).

A questi livelli di professionalità si potrebbe fare al giorno d’oggi una cosa del genere?

No (o almeno credo e intimamente spero).

Nonostante ci sia da fare ancora tantissimo nella diffusione e nell’accademizzazione degli strumenti a percussione volgarmente detti etnici vediamo che tutto sommato nelle grandi e piccole produzioni i suoni “esotici” vengano affidati perlopiù a mani esperte, che i percussionisti “(ancora) non accademici” sono sempre più visibili nel mainstream, che chi vuole studiare musica passando per la comunque ancora sfigatissima italica nicchia delle percussioni “world” sa cosa studiare e non improvvisa più.

D’altronde siamo circondati da un’inedita abbondanza di materiale didattico, corsi e seminari, video su vari formati e online, documenti cartacei e virtuali, lezioni via skype alle quali fra un po’ seguirà sicuramente l’ologramma che ti entrerà in casa e ti bacchetterà con scariche elettriche quelle manacce che non vogliono saperne di eseguire quella maledetta frase e così via.

Fermo restando, punto fisso insostituibile, la figura di uno o più maestri in carne ed ossa che ti indichino la giusta via (guai a fare da soli, soprattutto in questi tempi di sovraccarico informativo, paradossale ma assolutamente vero).

Fra i tanti metodi pubblicati dall’editoria italiana ne è appena uscito uno, a firma del probo M°Andrea Piccioni, che abbatte l’ultima barriera fra chi non ha un inglese fluente e uno dei più importanti sistemi di notazione (e composizione) ritmica esistenti al mondo: l’indiano Solkattu (probabilmente il più formidabile fra i solfeggi ritmici).

Copio e incollo dall’introduzione: “Il Solkattu… è una tecnica di vocalizzazione del ritmo utilizzata nella didattica musicale della tradizione del sud dell’ India (relativa alla tradizione dello stile di musica classica denominato carnatica). In questo sistema, una varietà di sillabe fonetiche sono utilizzate per riprodurre i suoni prodotti dal tamburo… Le frasi vengono sempre recitate all’interno di un Tala, cioè un ciclo ritmico (un gruppo formato da una determinata unità di sillabe) che vanno a formare una precisa frase ritmica, a sua volta internamente suddivisa in unità più piccole…”.

Praticamente il ritmo nella sua concezione frattale.

Il libro si può acquistare qui, attualmente nella sole versioni epub e pdf ma qualora non aveste un e-reader o non voleste studiare con lo sguardo rivolto al monitor compratelo comunque e fatevelo stampare, 100 pagine ben spese.

Repetita juvant: un libro (così come un video) non sostituisce un maestro ma può esserne ottimo compendio.

Il metodo di Andrea Piccioni lo è.

Molto semplice e scorrevole, scalfisce appena l’enorme complessità della notazione carnatica ma ne illumina definitivamente le cellule basiche, fissa le fondamenta logiche.

Più nessuna giustificazione per chi ancora confonde Jaati e Gati, Drutham e Anadrutham.

Siete avvisati.

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