Vinicio chi?

Un mezzo è un mezzo è un mezzo e quindi o è buono o è cattivo a seconda di come lo si usa, mi perdonino la Stein e La Palice (non sono due femmine, no).
Se gli utenti di internet fanno schifo la colpa non è di internet, ovvero del mezzo, caro Eco professor fu Umberto (amen).

Dipende, per l’appunto, da quello che la testa ti dice di fare, da “quello che vai cercando” e da quello che fai rimbalzare una volta che l’hai trovato (o, se sei un creativo, da quello che vi immetti, ma questo è un altro discorso).

È grazie ai social che, credendomi un buon lettore e “saldamente ferrato” su chissà quale e quanta musica, mi sono imbattuto violentemente contro la mia stessa ignoranza.
È ancora grazie a Féisbuc che faccio finta di niente e vado sparandomi la posa con gli amici al bar asserendo seraficamente e con un certo sussiego che quell’articolo sul Frosinone calcio non poteva non essere così bello visto che proviene da una certa penna (a me sconosciuta prima che Zuckerberg diventasse ricco), oppure, con le stesse dinamiche, che quel libro segnalato (o finanche scritto) da Talaltro de Coso fosse così imprescindibile, o che quel disco di Sempronio Albionico fosse così sorprendente.

E qui casca l’asino, cioè io, che per quanto riguarda la letteratura certamente sapevo di avere più falle, più buchi di un groviera senza pasta ma la musica, mannaggiammé, la musica me la magno! Tsk!

E mo chi è questo?

Rapida scorsa alle righe biografiche dalla pagina dell’editore del suo nuovo disco, “A sfidare il cielo finché ci sarà un Dio” Round Midnight Ed. 2016, e via giù il cappello a mostrare il capo cosparso di cenere.

E poi la musica e le parole.

“Dio odia i buoni i bravi e belli/Dio odia il sorriso/Dio odia la gioia/Dio odia l’amore e poi/Dio non ama me”, versi declamati da una voce il cui proprietario pare abbia appena bevuto un Negroni 38 Special (noto cocktail di semplice fattura: 1/3 di acido muriatico; 1/3 di soda caustica; 1/3 di polvere da sparo; decorare con un pizzico di calce viva, rametti di filo spinato ed un topo morto infilzato con un chiodo di cui si raccomanda buona ossidazione).

Questo è stato il mio primo impatto con la produzione di Edoardo Inglese, è grazie a questo ritornello che ho deciso di comprare il disco (ne andrebbe segnalata, all’editore, la funzione di Customer Orienteering, non so cosa voglia dire ma pare sia una roba che adesso si porti parecchio e faccia vendere miliardi di copie).

Di primo acchito viene da pensare al Vinicetto nazionale, l’un po’ troppo osannato Capossela, con molte più sfaccettature però: il simpatico bardo irpino/tedesco /romagnolo sembra abbia un solo riferimento culturale, Tom Waits, dal quale ha copiato persino le svolte artistiche: “All’una e trantacinque circa” sta a “Small change” come “Canzoni a manovella” sta a “Swordfishtrombones”.

(Probabile che questa semplicità strutturale mascherata da artista alternativo sia una delle basi del suo successo. Piccolo off topic: avrei buttato con piacere un po’ di fiele pure su er Dylan de noantri ma il titolo dell’ultimo lavoro di FDG, dedicato proprio a Zimmerman, si intitola genialmente “Amore e furto” e quindi che je vòi di’?)

Nella musica dell’Inglese ciociaro invece si percepiscono più riferimenti, oltre a Waits c’è un po’ di Conte (sia Paolo che Giorgio direi), Carosone e Buscaglione, i Morphine, i Tindersticks e i Calexico forse anche Gaber e Jannacci, sicuramente Nada sotto acido, rock con tanto blues dentro e qualche timido sbilanciamento sghembo in favore di Weill più che di Zappa (Frank, non l’attrezzo agricolo, che ben altre braccia attende).
Tutto questo minestrone dà un risultato omogeneo, ruvido ma gentile, rabbioso ma stranamente ancora educato, un disco con una sua notevole personalità.

I testi sono ancora più sorprendenti, belli in maniera propriamente detta, un gusto per la cesellatura, per i giochi di parole (da seguire leggendo il libretto, non ne va persa manco una goccia) che svelano un retroterra culturale decisamente ricco.
C’è parecchio ammore nelle canzoni del Nostro: l’Inglese è romantico ma non melenso, è raffinato e appassionato.

Non di solo amore scrive l’uomo e quindi notevoli anche i brani dedicati alla lettura disincantata dei nostri tempi, con uno sguardo sì disilluso ma ironico, beffardo e incazzato.

Curioso come il modo di cantare la cupezza contemporanea, nonché la provenienza dalla stessa città e un qual certo gusto per lo ska, accomunino le produzioni musicali di Edoardo Inglese e quelle di Giuliano Gabriele, menestrello della nuova onda popolare italiana di cui ebbi l’ardire di scrivere qualche tempo addietro.

La via del nuovo pop italiano passa per Sora, evidentemente: Inglese occupa la metà campo Rock’n’Roll, Gabriele quella Folk, palla al centro, mischiarsi a uso rugby, e pedalare che chissà prima o poi non nasca veramente una nuova musica italiana, uno zinzino più complessa e significante dell’attuale (a parte i Nostri, ovvio), globale come il rock ma locale come la tarantella, diffusa ma scevra dai dettami dell’industria culturale che ha educato le sue vittime ad evitare ogni sforzo nel tempo libero.

La Ciociaria colpisce ancora e, come diciamo al paesello nostro, proud of this!

P.d.p.s. che starebbe per piccolo doveroso post scriptum:

dalla regia mi hanno fatto notare due falle ma io lo avevo detto che nell’era della rete mi sono scoperto ‘gnorante e quindi.
La prima è che il Nostro ha esordito ben due anni prima del Vinicius Irpinicus e quindi.
La seconda è che nella lista dei riferimenti musicali còlti nella musica dell’Inglese mancherebbe un nome importante: quello dei Pixies, gruppo che io, da grande esperto di musica qual sono e fui, all’epoca bellamente ignorai e quindi.
E quindi torno a studia’ ch’è meglio.          

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7 thoughts on “Vinicio chi?

  1. Caro Zio, mi tocca dissentire (e probabilmente la cosa non ti sorprenderà) sia su Capossela che su De Gregori.
    Veniamo al primo: di sicuro nelle prime produzioni, in particolare nel primo album “all’una e trentacincque circa”, si sente Tom Waits così come Paolo Conte.
    Penso, però, che via via il Vinicio si sia reso sempre più indipendente da questi modelli. Oggi, ma a dir la verità già da un pezzo, nella sua musica non mi sembra di sentire tutti questi echi waitsiani. Forse ad accomunarlo al vecchio Tom è la continua smania, o inquietudine, che lo porta a sperimentare spesso nuovi percorsi (alcuni dei quali, per me, di difficile commestibilità). C’è anche da dire che a differenza di Waits, che come quasi tutti i musicisti americani tende a restare dentro i propri confini nazionali, Capossela nel suo viaggio artistico ha girato un bel po’ di mondo, oltre all’Italia: Nord America, America Latina, Balcani, Grecia etc…
    Quanto a De Gregori, è vero che il titolo dell’ultimo disco (che, detto per inciso, non è un granché) può suonare come una sorta di “riconoscimento di debito” o quanto meno come una manifestazione di gratitudine verso l’uomo di Duluth. Penso però che il DeGre (come lo chiamava una mia amica di Milano), pur non rinnegando mai Dylan come sua principale fonte di ispirazione, sia stato dylaniano più nel modo di cantare e in molti atteggiamenti (soprattutto passati) che nella composizione musicale (sui testi non mi addentro). Per fare un esempio: non ricordo un pezzo di Dylan paragonabile, melodicamente e armonicamente, alla Donna Cannone che per me rimane una delle più belle canzoni italiane di sempre.
    Insomma, i nostri “ragazzi” credo che abbiano imparato a camminare con le proprie gambe già da un po’.
    Detto ciò, se uno mi chiede chi preferisco tra Waits e Capossela o tra Dylan e De Gregori chiederei a mia volta di potermi avvalere della facoltà di non rispondere.
    Un caro saluto Zi’

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  2. E qui ti aspettavo caro 🙂
    Sul tuo amato Degre sapevo di pungolarti, a me piaciucchiava un po’ tra Theorius Campus e Rimmel e poi non più.
    La donna cannone venne definita una “botta di culo” da quel simpaticone del Ginetto Paoli.
    Quello che mi chiedo sempre è: se non fosse esistito Dylan come sarebbe stato il Degre?
    Comunque er cantautore è sempre stato coerente col suo stile.
    I testi molte spanne sopra la musica.
    E Vinizio senza il Tom? Peggio, senza coerenza.
    Senza Waits alle spalle cerca di prendere qua e là senza costrutto e senza lasciare segni significativi, banalizzando pure il rebetiko.
    Tutto questo sempre nella mia modestissima opinione. 😉
    Ti abbraccio Nepo.

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  3. Ma Titanic è un monumento!
    Esagero? Forse, però lo trovo un grande disco con canzoni bellissime
    A proposito di monumenti…RIP Sir George!
    A presto, zi’

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  4. Che ho scoperto solo ieri che fu lui a scrivere Theme one, brano dei VDGG al quale è ispirato il titolo de ‘sto blog. R.i.p.
    Titanic per me è arrivato tardi, il Degre l’ho ascoltato dal jukebox di Zio Checco, poi nel ’76 ho cominciato a diventare esterofilo e nell’81, sparito il JukeBox, addio fascinazioni indotte dall’ascolto dei comunque fichissimi clienti del bar dell’epoca.
    Altre ère politiche…

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