N’Awlinz Batá

Stessa “ciccia” in brodi diversi.
Così mi sembra di poter indicare le varie afroamericanate sbocciate in seno alla forzata coabitazione di uomini ben cotti e uomini ancora crudi in quelle che si pensava fossero le Indie Occidentali.
(Il toponimo America non deriverebbe dal nome di Amerigo Vespucci ma dal cognome del commerciante inglese Richard Ameryk, principale sponsor della spedizione di Caboto verso Newfoundland, Terranova).

Due di queste “nuove” creature, la Santería cubana ed il Jazz primigenio di New Orleans, si sono reincontrate, riconfrontate e rimescolate in grande spolvero e pompa grazie agli artifizi del trombettista Wynton Marsalis, il quale ha voluto riunire la sua Big Band con il trio Batà capitanato dal “mayosero” Román Diaz (o forse dal più noto all’universo mondo Pedrito Martinez, qui però in veste di “segundero”. Non si capisce bene chi abbia comandato il gioco).

Purtroppo ad oggi l’unica testimonianza online è un estratto dal concerto che ha inaugurato la stagione ’14/’15 del “Jazz at Lincoln Center”, Nuova York.
Nulla si sa di eventuali pubblicazioni complete, peccato (esiste un CD registrato a La Habana ma è altra cosa).

L’estratto dura poco più di un’ora, alcune osservazioni:
i non “fissati” con la Santería possono tranquillamente saltare (ma anche no) i primi dieci minuti di “Moyuba”, ovvero la benedizione inaugurale.
Molto suggestiva semanticamente la “partenogenesi” dello swing fatto nascere da una scintilla di Okònkolo (il Batà piccolo, suonato da Clemente Medina) al min. 10:43”.
Bello l’ “Alárun a Yemayá”, al min. 12:28”, che conclude al cardiopalmo tutto il noiosetto “sciaquone” iniziale.
A 16′:40” un severo “Toque a Oggún” che sottende discreto un brano molto Ellingtoniano (credo che il Duca sarebbe stato contento di tutto il concerto) il quale finisce con un “tremendo Chachalokafún”.
A 23’47” l’ospitata di Chucho Valdés che impera sul “Toque a Obatalá”.
Il pezzo più riuscito della serata arriva a 37′:30”, un “Oyá por derecho” arrangiato e suonato divinamente, dove percussioni, orchestra e canto si integrano alla perfezione con grande grandissima energia e sinergia: tutti i “vire”, cioè i cambi di ritmo all’interno della stessa suite, sono supportati in maniera magistrale dall’orchestra “gringa”, il “Tui Tui” finale – da 44′:35” – è da scolpire nella pietra.
A 49′:23” il “Changó” di chiusura che parte con (il mio amatissimo) “Offèrere” e finisce con il solito trascinante “Iyesá”.
Commovente il finale con tutta la Big Band che sfila davanti al “Juego de Batá” rendendogli il doveroso omaggio.

E finisce qua.

Sto piangendo.

Buona visione.

P.s. dimenticavo: tra un brano e l’altro vi sono brevi interviste agli artisti, imperdibile quella sulla gavetta di Pedrito Martinez.
Meditate giovani aspiranti percussionisti, meditate…

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