Relativismo emozionale

Gira da poco, sui social media, questa pagina, benemerita, ove si illustrano alcuni fra i più toccanti brani nella storia della musica.
Quei momenti in cui la scrittura dei vari compositori fa venire i brividi, commuove ed emoziona al punto tale da causare un’estasi paragonabile ad una experience of sexual sensory overload.
I brani analizzati sono tutti dei capolavori ognuno dei quali con il proprio momento apicale, scritti da Bach, Beethoven, Debussy, Schubert, Dvorak, Brahms, financo il recente Reich o il lontano Tallis.
Tanti altri esempi potremmo addurre (e potrebbe anche diventare un giochetto da fare online con gli amici) però ci tengo particolarmente a ricordarne uno, quello il cui primo ascolto mi causò un’emozione talmente forte che per qualche secondo credetti di avere un altro organo (meglio non specificarne la tipologia) al posto della testa, dal quale sentii partire una saetta di benessere indescrivibile che saliva spiraleggiando verso l’infinito e oltre: l’estasi (non sto esagerando).
Il Requiem di Gabriel Fauré, la “messa da morto” meno da morto della storia, una musica serena, semplice, paradisiaca, che sottoscrive un’aspirazione alla felicità, che non contempla la morte come un passaggio doloroso.
Nella fattispecie il passaggio topico, quello il cui godimento per poco non mi causò un incidente (ero in macchina da solo, con il volume “a palla” e concentratissimo sulla musica: il modo migliore per me di guidare, anche se a momenti mi ricongiungevo col motivo per il quale venivano scritte queste cose…), il momento topico, dicevo, è nell’Agnus Dei, nel passaggio tra il “submovimento” Lux aeterna e la ripresa del tema Requiem aeternam, già esposto e sviluppato all’inizio, nell’Introitum (appunto).
È un momento di grande tensione, di grande potenza, un fortissimo con il coro che lascia spazio ai corni e all’organo che insieme risolvono in un celestiale accordo di Re minore (l’impianto tonale dell’intero Requiem) il Fa maggiore del movimento (tutto molto molto semplice ma decisamente efficace).
La versione che preferisco, quella che più mi colpisce i sensi, è quella lenta, solenne, incisa nel 1986 da Carlo Maria Giulini con la Philarmonia Orchestra per la Deutsche Grammophon.
Il Requiem va ascoltato dall’inizio alla fine (non segnalo il minutaggio esatto né dell’Agnus Dei né del momento di cui ho tanto chiacchierato perché proprio non si può ascoltare la risoluzione senza passare per la tensione, qualora provaste ad indovinarlo girovagando per il video sappiate che siete delle teste di quell’organo che non ho osato nominare, ecco).

Signore, non è che mi piaccia, ammiri e adori la vostra musica: ne sono stato e ne sono tuttora innamorato…Marcel Proust a Gabriel Fauré .

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