La logica dell’uomo risparmia chi acconsente

Giuliano Gabriele, organettista ciociaro e mondano, assieme ad un manipolo di fedelissimi e ad un gruppuscolo di ospiti à la page ha fatto un disco che lèvati (Madre, iCompany 2015).
È bello quando la musica popolare italiana viene rielaborata da menti che hanno studiato qualcosa (decisamente più di qualcosa, nevvéro) oltre un accordo di tonica e il corrispondente quarto grado in terzo rivolto.
Nel curriculum formativo del francoitalico Gabriele non ci sono solo Zi’ Ndoniuccio o Compare Zampitto (com’è giusto e doveroso che ci siano) ma anche Riccardo Tesi, Marc Perrone, Norbert Pignol, Kepa Junkera e Sharon Shannon.
Mica pizza e fichi.
Infatti i risultati si sentono.

La scrittura ricorda vagamente, a tratti, quella dell’Ambroeus nostrano, il maranolese Sparagna: si eleva però da musica popolare tout court a musica “oltre”.
Organetto e tamburelli, un’interessante viola (al posto del solito violino), ogni tanto fa capolino una zampogna e poi batteria e corde elettrificate, un suono scuro e coeso e arrangiamenti di spessore, tutto ciò concorre a dare al prodotto finale l’allure di “discone”, a muovere la musica popolare, sic et simpliciter, facendole fare un passo avanti a (visione del tutto personale) “come vorremmo che fosse il (Pop)olare nostrano”.
(Il discorso, su come vorrei che fosse il Pop italico, è lungo e complesso e prima o poi verrà sviscerato in apposito post, per adesso sia sufficiente alla bisogna il paragone, un po osée, ammetto, con il mainstream brasiliano: anche nel più melenso brano commerciale si può cogliere la brasilidade, “l’etnico”, l’autoctono; nel nostro caso no, c’è il piattume internazionale a piallarci le menti, abbiamo acconsentito alla logica del mercato senza condizioni, le radici sono belle che tagliate. Ricostruiamole).

Tutto il disco è permeato da una sana tensione, il tintinnare serrato dei sonagli dei tamburelli di Eduardo Vessella non molla mai, viola e lira calabrese (Lucia Cremonesi, bravissima) e organetto intessono trame armoniche e melodiche affascinanti, strumenti che, accoppiati, rendono un suono strepitoso, batteria (Gianmarco Gabriele), basso (Gianfranco de Lisi) e chitarra (Giovanni Aquino) rispettivamente a serrare i ranghi ed incattivire le percussioni, a dare appoggio sicuro al ritmo ed all’armonia, a contribuire alla pittura dell’originale paesaggio sonoro. Soundscape cupo, ipnotico, a tratti rock, a tratti ska, a tratti – molti – lisergico, a tratti pop e poi un sacco di altre cose – e tutto questo nell’ambito popolare italiano.
Apparentemente ossimorico l’accostamento fra cupezza e musica popolare ma questa, oltre alla pancia, è musica che parla anche alla testa: ballare si balla ma pure si pensa e in questi tempi di narrazioni distopiche la pancia non basta più.
Ospiti brillanti, molto brillanti: il mandolista Giuseppe Grassi, l’esimio battentista Francesco Loccisano, Antonio Infantino (si, proprio isso, il mitico) e i suoi Tarantolati, dai benemeriti Micrologus Gabriele Russo e Goffredo degli Esposti.
Il gruppo ha vinto il premio Parodi 2015 ed il disco è entrato alla grande nella WMCE.
Ciociaria rulez.
So’ soddisfazioni.

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