Rotopanoramica Afrocubana Pt.5

(Segue da qui)

Riguardo al fenomeno degli anziani soneros di Buena Vista Social Club c’è da dire che avendo venduto milioni di dischi in tutto il mondo, essi hanno raccontato una bellissima favola di vecchietti arrivati al crepuscolo della vita ma baciati in extremis dalla fortuna e dal successo, assurti ad un punto di fama tale da oscurare il resto della produzione musicale cubana.
Chi è arrivato a leggere fin qui sa ormai che il microcosmo musicale de la Isla Grande è ben più ampio di quello svelato dagli arzilli e comunque benemeriti musicisti tutelati da Ry Cooder.

Il pubblico occidentale, appartenente al cosiddetto mondo civilizzato, dovrebbe scrollarsi di dosso quella superficialità che lo fa accontentare di ciò che offre il mercante che strilla più forte: andando più a fondo nella conoscenza delle cose si possono scoprire universi di bellezza inimmaginabili, culture “altre” che non possono che arricchire qualitativamente la nostra cosiddetta “cultura dominante”.

Sto parlando del Folclor Afrocubano, finora citato en passant nel panegirico di rimescolamenti del filone Popular. Abbiamo raccontato un pò di storia dell’afrocubanismo popolare fendendo i decenni a sciabolate, cercando di essere più concisi possibile e usando impropriamente termini come “genere” e “sottogenere” per parlare di un universo sonoro che in realtà in se stesso non ha confini, ma le definizioni sono servite come paletti per cercare di capire meglio l’evoluzione di questo mondo fatto di note e ritmo, evoluzione che, nel Folclor, non ha avuto le stesse conseguenze “rivoluzionarie” della musica popolare. Il Folclor è rimasto più o meno fedele a se stesso, semmai è servito come immenso serbatoio di nozioni per arricchire il più fruibile e malleabile filone “commerciale”.
La musica degli schiavi neri deportati a Cuba ha origini nella notte dei tempi. Ogni etnia delle regioni africane dell’ovest aveva i suoi riti religiosi: gli Yoruba del sudovest nigeriano, gli Arará del Benin e Dahomey, i Carabalí nigeriani anch’essi, i Bantú del Congo. Non solo, ogni singola tribù di ciascuna etnia aveva il suo peculiare Dio da venerare. La forzata convivenza in una terra relativamente piccola come Cuba, assieme alla tolleranza dei colonialisti europei ed alla ferrea volontà di perpetrare le proprie tradizioni come unica ancora di salvezza contro i soprusi quotidiani hanno fatto si che ogni etnia riunisse in un solo credo tutte le divinità relative ad ogni singola tribù La tolleranza degli spagnoli, però, era subordinata alla forzata conversione dei neri al cattolicesimo. Nacquero così le religioni sincretiche cubane in cui convivevano riti africani e Santi cattolici: la Regla de Palo, la Regla Arará e la Regla de Ocha.

Continua

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