Cient Diavule p capill (ma non è una cosa brutta, anzi)

Decisamente bizzarro (ed abbastanza illuminante) scartabellare i titoli dei CD nel reparto Ethnic and World Music in un negozio di Aberdeen (Scotland, lì dove i veri uomini, sotto la gonna, non portano le mutande) e trovarci buona parte della discografia di Paolo Conte.
Cos’è World? Cosa sono Ethnic, Popular, Folk o Traditional?

Solo etichette.

Oggi il concetto di “Popular” è perlopiù insito in quello di “più venduto”, più si è mainstream, appiattiti sul modello imposto dal sistema, più si vende e più si è popolari fra le masse (musica popolare eterodiretta, anche se nei sistemi sociali critici la musica Pop-olare può assumere forme mainstream ma contenuti tutt’altro che easy, vedi i neomelodici napoletani per es.).

“Ethnic” è un aggettivazione che può essere affibbiata alle field recordings, registrazioni sul campo della musica dei Masai o delle donne di Giulianello o dei cammellieri dell’Oman, autisti dell’Atac, portantini del S.Camillo, vaqueros punjabi dell’agro pontino e così via.
La quintessenza del “popolare che fu” (musica endogena, spontanea) che ormai è diventata materia solo per fini intenditori o etnomusicologi o radical chic “de sinistra” che si sparano la posa ma non ci capiscono una mazza facendosi oltre tutto due palle così solo per farvi vedere che loro sanno.

“World”, in genere, fa tanto fico se indica la musica un po’ mezclada di gruppi, perlopiù occidentali, che a furia di cannabis si divertono a fare gli equi e solidali (con la speranza di diventare Popular per fare a lot of money e poi ritirarsi col gruzzoletto a bere long drink in qualche exotic island).
Oppure è un aggettivo frettolosamente appioppato a quella roba sconosciuta, sempre afferente alle sette note, ma proveniente da qualche lontana parrocchietta, un po’ come fanno ad Aberdeen insomma (studiare o magari solo ascoltare no eh?).

Spesso il “Folk” viene associato d’abitrio alla musica tradizionale del Nord Europa e basta ma, essendo il mercato nelle algide mani anglosassoni, ecco facile lo svelamento di un certo solipsismo da parte degli attuali dominus.
Invece “Traditional” e “Folk” sono fra loro termini ancora più intercambiabili degli altri e coprono buona parte del concetto di “Ethnic”, i quali termini però possono essere estesi alla “Rappresentazione dell’Etnico”, ovvero alla dimensione folkloristica, museale o turistica, della tradizione.
E non ci interessa.
Ci interessa invece quando la Traditional Folk Music fa da spunto per andare oltre, per cercare di evolversi in qualche cosa di nuovo e più complesso e significativo del Pop(ular) o della suddetta musica World (che in fin dei conti è pur sempre Pop, anche se un po’ speziato).
Ci interessa quando la musica tradizionale o popolare dei bei tempi andati perde la sua facile etichettabilità mescolandosi con altri linguaggi più avanzati come il Jazz o le Avanguardie.
Oppure quando rimane particolarmente riconoscibile come tradizionale (anche se decontestualizzato ma ormai TUTTO è decontestualizzato) però è vestito a festa con suoni nuovi, voci potenti (…allenate a battere il tamburo…) o magari anche con qualche semplice arzigogolo armonico che travalichi il mantra dei due accordi e tenda alla catarsi della bella musica
(beau musique, concetto scivoloso e forzatamente soggettivo ma tant’è “…e questa è casa mia e qui comando io ogni dì voglio sapere chi viene e chi vaaa…” Gigliola Cinquetti “E questa è casa mia” EMI 1971)

Lontano dal rigore monodico dell’originale di Carlo D’Angiò (Musicanova 1979) ma con un “abito” ed un suono decisamente accattivanti.
Suono che caratterizza parecchio tutto questo lavoro imperniato sul contrasto/concordanza di nuovo e antico: un basso elettrico imperioso (Vincenzo Salerno) e guitar textures di grande fascino (Gianluca Guidone) assieme a voci di prim’ordine: il suddetto Gianluca Guidone e Viviana de Angelis; un solista che si destreggia alla grande fra clarinetto, ciaramella, zurna, sax e siscariell’ vari (Francopaolo Perreca) ed un percussionista che quando suona “fa i buchi per terra” (Michele Maione, anche ai cori e ad una breve “rappata” niente male) ed ecco che il disco bello viene fuori per forza: Crocevia “Cient Diavule” Autoprod. 2015

Repertorio classico, “hit” campani, pugliesi e calabresi rifatti con gusto e potenza, difficile resistere a quella tentazione di pancia che si ha ogni volta che si ascolta questa musica.
Difficile stare fermi.
Cito dal materiale dell’ufficio stampa del gruppo: “…la conoscenza viene necessariamente dal confronto, dal guardarsi negli occhi, dalla festa, dalla sensazione fisica dello stare insieme, quella sensazione che colpisce dal ventre in giù e non si può controllare. Soltanto perdendo il controllo nasce la condizione necessaria per sognare amare e danzare…”.
“…È un disco che racconta di una medaglia con due facce. Da un lato il fuoco delle tenebre, la maledizione, l’isolamento dalla conoscenza. Ma dall’altro lato questo fuoco malefico si trasforma nel sole della rinascita, il sole che permette la vita a tutti gli esseri animali e vegetali attraverso la giusta quantità di calore che esso emana, l’equilibrio…”.
Certe scelte sonore fanno pensare ad un lunghissimo ponte tra Sìcilo e Geoff Barrow, tra Magnagrecia e Bristol Underground Scene.
Un canto femminile di introduzione, il fraseggio della Tammurriata di Maiori, che è già ipnotico di suo, un basso pulsante ed un semplice strumming di chitarra (credo battente) che sottendono al successivo canto maschile, lampi di clarinetto, due o tre modulazioni per tinteggiare un po’ l’andamento modale per poi far confluire il tutto nella colorata esplosione tonale della chiosa, dove il maschile ed il femminile si incontrano: “Fenesta ca lucive” come non l’avevamo mai sentita

I Crocevia stanno tempestando le loro pagine internet di perentori inviti all’acquisto del loro CD d’esordio: “Accattatevillo!”.
Non posso che unirmi al coro: io me lo aggio accattato e, se vi piace la “musica etnica pupulare del folklore italiano della tradizione che fu”, accattatevillo pure vuje.

Popular, Folk, World, Traditional, Ethnic (repetita juvant) sono solo etichette.

È solo e sempre musica.

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