O tell me the truth about Love (as well about Abakuá)

Qualora ci fosse un etnomusicologo all’ascolto: mayday mayday, ci venga in aiuto.
Quasi nulla sapevamo (e tampoco capivamo) della musica Gnawa (e che c’entra il maghrebino Gnawa col cubano Abakuá, direte voi? Leggere fino in fondo please) fino a che l’immarcescibile biondone anglozeppelinico, moroccan addicted (del quale oggi ricorre il genetliaco, combinazione, non lo sapevo, me l’ha detto féssbùk), mise al mondo questa perla, ormai due lustri addietro

La prima volta nella storia (credo) che un pattern basico di Shaabi’a Gnawa (pare in arabo chiàmasi polmone) venga suonato a velocità inferiore a quella della luce o che abbia un riferimento del “giusto battere” senza starsi a scervellare troppo (come nel video seguente: percussioni decisamente fuori stile ma “mani” più che giuste e soprattutto, dal min. 1’43”, “dov’è l’uno?” – e no, proprio non è dove credete che sia… ):

Per i non addetti: la musica Gnawa è una maroquinerie di grande fascino e mistero, decisamente differente rispetto al resto della musica maghrebina (qui qualche notizia), il fraseggio di cui stiamo parlando è affidato tradizionalmente ad una specie di grancassa, Tbal, molto simile al Davul Turco; nella versione di Robert Plant, invece, viene suonata da un tamburo chiamato Bendir, un Frame Drum semplicissimo, monomembranofono, composto da telaio e pelle caprina, che ha la caratteristica di avere delle corde di budello risonanti, avvitate al fusto e tese sulla parte posteriore della pelle, che danno una caratteristica nota di distorsione al suono della stessa.
Per amor di completezza bisogna dire che le percussioni più usate nello Gnawa sono i Qraqeb, tipiche castagnette di metallo, mentre lo strumento che oltre al ritmo dà anche l’armonia è una meravigliosa specie di chitarra basso chiamata Sintir o Guimbri o Hajouj.

Nel video dell’albionico zeppeliniano il fraseggio in questione parte quasi immediatamente (0’03”) e sembra avere un certo andamento che invece è smentito clamorosamente dall’ingresso del basso elettrico prima e del canto poi, i quali stabiliscono la verità su qual è il battere e quale il levare (0’13” in poi).

E qui casca l’asino, cioè io.

Il “polmone” dello Shaabi’a Gnawa è identico (tranne che per un particolare) al fraseggio del secondo tamburo più grave dei cubanissimi Cuatro Tambores Abakuá: l’Obiapá, ovvero colui che dà la spinta.
Tambores che pare provengano da una non meglio precisata zona di Africa compresa tra il Ghana ed il Camerun, da un’etnia chiamata originalmente Bríkamo e poi ispanizzata in Carabalí.

Nel video seguente (dal min. 3’30”) l’Obiapá è suonato dal signore al centro con il berretto bianco, gli altri tamburi sono: l’acuto Biankomé, colui che segna il tempo, suonato dal giovane con la vitiligine; il mediano Kuchieremá, il contrappunto ritmico, suonato dal signore col berretto scuro; il più grave Bonkó Echemiyá, il solista dal fusto lungo, suonato dal signore col berretto da baseball; imprescindibili la Clave Abakuá (tradizionalmente suonata però con lo strumento Campana e non con lo strumento Clave) ed il canto, in questo caso affidato al compianto El Goyo, in canotta celeste ed occhiali, sommo conoscitore del folklore afrocubano (un’altra biblioteca volata via).

Se volessimo fare una comparazione delle parti (chiedo perdono per la semplicità della scrittura, è musica orale ma all’occorrenza è meglio capirsi al volo…)

Confronto

Insomma, Cuba e Marocco hanno attinto alle stesse fonti, questo è certo: gli africani della Costa degli Schiavi hanno raggiunto le Americhe sia direttamente, sia in seconda battuta dopo essere stati deportati prima in Marocco e poi venduti agli europei e quindi spediti oltreoceano.
Questo mi fa pensare che la triangolazione Costa degli Schiavi – Marocco – Americhe abbia in qualche modo rafforzato la paternità marocchina della musica dei Ñañigos, ovvero come oggi vengono chiamati gli afferenti alla setta Abakuá.
Insomma, Abakuá doppia figlia d’Africa, anzi forse più figlia degli Gnawa che dei Bríkamo.
Chissà se è vero (per non parlare dei comuni riti di possessione, o dell’incredibile somiglianza tra uno dei fraseggi tradizionali dei Qraqeb ed il tipico andamento del Samba… fermiamoci qua sennò non la finisco più).
Etnomusicologo, dacci un segno, se ci sei batti un colpo ed illuminaci.

Ultimo video, dal min. 1’26” circa entra, con un lungo fade in, il nostro Shaabi’a Gnawa, stavolta interpretato dall’egiziano Hossam Ramzy per “Passion”, colonna sonora de L’Ultima tentazione di Cristo di Scorsese, ad opera di Peter Gabriel (a mio parere il suo disco più bello, così come “La Buona Novella “ è secondo me la cosa migliore fatta da De André: stessi mica diventando un baciapile? O_o ).

Annunci

One thought on “O tell me the truth about Love (as well about Abakuá)

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...