Il paese dei bagonghi

Quando sento la parola bonghi metto mano alla pistola.
Bongo does not exist!                                                                                                        Oppure indica, in inglese, uno dei due tamburi cubani che formano l’indissolubile coppia dei Bongoes, che in italiano, nell’ambiente professionale, si chiamano con l’originale termine Bongó, con l’accento acuto.
La parola è di uso spagnolo, probabilmente di origine Bozàl, ovvero di quel particolare dialetto afrocubano che mischia il castigliano con l’infinito cocktail di lingue africane importate con la esclavitud (scherzi della linguistica, il Bozàl è pericolosamente vicino al romanesco: per dire “Tizio sta arrivando” si dice “Fulano ‘ta veni’ ”).
Il Bongó è quella percussione formata da due piccoli tamburi, il piccolo Macho ed il più grande Hembra, che si suona da seduti tenendoli stretti fra le ginocchia.
Bongó indica quella tipologia di strumento e non altre: la nomenclatura, nello sterminato mondo delle percussioni, dev’essere rigorosa, tassonomica.
Bongo, senza accento, non indica una cippa, se non la solita crassa superficialità dei belpaesani.
Rigorosa è anche la voce del tamburo Bongó: tradizionalmente si usa solo nel “Son”, stile originario di Santiago de Cuba, ed ha uno ed un solo ritmo codificato, il “Martillo” (che è uguale all’arabo “Karachi”, il quale prende il nome dalla città pakistana proprio perché potrebbe, dovrebbe, provenire da quelle parti perché è a tutti gli effetti una semplificazione del ritmo Kaharwa, il più noto fraseggio percussivo della tradizione del subcontinente indiano; seguiamo gli scambi commerciali nella storia e scopriremo anche le rispettive influenze culturali, affascinante anzichenò) e poi è tutta improvvisazione in relazione al canto ed alle sue pause, fino a quando il brano si infuoca e vede il Bongocero posare a terra il suo strumento, prendere in mano una campana (campana, non campanaccio, vi prego) e suonarla nello stile detto, appunto, “Campana del Bongó”.
Questo è quanto.
Strumento facile?
Manco per niente.
Richiede esperienza, capacità improvvisativa e grande senso di squadra (provate a suonare troppe note sul canto e vedrete se non vi arriva una promessa di coltellate…).
Per impararne i fraseggi basta ascoltare i dischi storici, copiarne la successione dei colpi, metabolizzarne la cubanìa, la clave, il sabór, il concetto musicale cubano.
Per imparare tutto ciò all’inizio non è necessario avere lo strumento, basta sillabare (in clave, sennò non vale), tamburellare sul tavolo o, se proprio non potete fare a meno di litigare coi condòmini, scendete giù al fiume, procuratevi un paio di canne di bambù ed imitate – quasi alla lettera – il simpatico signore del video.

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3 thoughts on “Il paese dei bagonghi

  1. E chi s’azzarderà più a dire bonghi o bonghetti?
    Credo che lo stesso problema ce lo abbiano i clarinettisti quando qualcuno dice clarino anziché clarinetto.
    Pare che un nostro illustre concittadino (ex primo clarinetto del Teatro del’Opera di Roma etc. etc.) sia capace di incazzarsi di brutto brutto brutto sull’argomento.
    Al di là delle battute, complimenti zi’!
    Sempre belli e interessanti i tuoi articoli, anche se non riesco sempre a leggerli tutti: tanto là stanno…

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    1. Grazie caro, questo è ciò che è il familismo morale, senza alfa privativa. 😉
      Il cigno di Priverno può anche essere additato come uomo un po’ bizzarro ma come musicista è (o è stato) uno bravo davvero, un riferimento per il clarinetto classico.

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  2. Pingback: tHEme one dimanga

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