Sepe encore

Si dice che la fase del missaggio finale di un disco sia un’attività che non si chiude: si abbandona per sfinimento, per incapacità di mettere fine al cammino (utòpico) verso la perfezione sonora.                                                         Credo capiti la stessa cosa a chi, forse prima ancora del bilanciamento finale dei suoni, si trovi a decidere quale sia la versione migliore fra le eventuali tante tracce registrate di ogni singolo brano, quella che vince la pubblicazione rispetto alle altre che invece seguono la strada dell’oblio.             È vero che le “alt(ernate) takes” spesso sono l’ultima spiaggia per vecchi dinosauri in crisi creativa, per produzioni “alla memoria”, per sfruttare al massimo il potenziale commerciale di artisti decotti o trapassati.                     Càpita però di imbattersi, e con le autoproduzioni in crowdfunding succede sempre più spesso, in generosi autori in piena e fiorente attività che promuovono la propria musica offrendo, a prezzi di lancio a uso Todis, CD ufficiali di bella musica accompagnati da CD “di complemento” in cui sono raccolte versioni alternative o addirittura brani inediti.

Così un bel dì partecipi alla raccolta di fondi di un progetto musicale interessante, scegli il 2X1, t’arriva il disco a casa, metti su l’originale e poi metti su l’altro, e capisci in quale dilemma profondo si sia ritrovato l’autore nello scegliere tra una versione di “Blue room” e l’altra, tra un “Last Tango in Paris” o un “Antonico”, tra un “Blue Monk” all band o l’altro in duo, tra un “Fables of faubus” e l’altro, ecc.
Tanto il dilemma avrà contribuito alle emicranie, che alla fine avrà vinto l’idea di fare un piccolo sforzo produttivo in più e piazzare tutto il piazzabile offrendo alla consorteria pagante quanta più roba (tutta buona, garantito) possibile.
E fesso chi non ne ha approfittato.

Stiamo parlando di Daniele Sepe e del suo recente “A note spiegate”, argomento già “quasi” trattato su queste pagine.                                               “Quasi” perché all’epoca del post relativo il disco non era ancora uscito, e quindi non ne parlammo un granché.                                                                 Nemmeno adesso ne parleremo un granché, per diversi motivi:                         A) in giro ci sono recensioni ben più autorevoli di quanto potrebbe essere questa (quella di Federico Vacalebre su Il Mattino del 6/5/15, ad es.);                     B) un disco di Daniele Sepe non si discute: si compra;                                                 C) una volta comprato si legge il booklet e si capisce tutto, senza stare a fare troppe chiacchiere: è già scritto tutto lì, nelle “note spiegate”.

Triplo senso quindi, per il titolo dell’ultima fatica del Nostro: quella poc’anzi suddetta, quello del medesimo titolo del minitour che vedeva Sepe e i suoi accoliti impegnati in concerti/lezioni in cui “spiegava le note che stava suonando”, praticamente una serie di imperdibili lezioni di Jazz (che infatti ho perso…), e quello del rimando al gergo marinaro, presumibilmente piratesco vista la rocciosa coerenza politica, umana e sociale di un musicista contro qual è Daniele Sepe.
(Da rileggere la storia della pirateria, senza filtri mainstream, paraocchi o prosciutti oculari: se ne scoprirebbero delle belle).

Nel disco ufficiale ci sono Mingus, Zawinul, Barbieri, un Davis hendrixiano, Rollins, Page & Plant, Coltrane, Zappa, Marley, gli Squallor – nella penna di Daniele Pace, Bill Evans (il pianista, quello buono, non il sassofonista che sarà pure buono ma a noi non piace) e Monk.                                                                     CD interamente strumentale, a parte la chiosa: uno straordinario Shaone che rappa un’idea di Jazz notturno su una struggente rivisitazione di Round Midnight, bellissima overamente (siamo a Napoli e così parliamo).
Immaginate che gli stili di tutta questa suddetta bella gente siano confluiti in un’unica “capa” ed avrete chiaro il concetto di come suona questo disco di Daniele Sepe, anzi, di come suona Sepe (e poi mettiamoci pure Liberation Music Orchestra, foss’anche solo per l’impegno politico, Shorter, le Posse e tanta altra roba).                                                                                                                     Nel CD di complemento ci sono versioni altrettanto efficaci dei brani di Mingus, Rollins, e Monk più una piacevole “The everywhere Calypso” di Sonny Rollins, due versioni di “Ultimo Tango a Parigi” e una splendida “Nunca Mas” di Gato Barbieri.

Ancora non siete andati a comprarlo?
Cazzo aspettate?

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3 thoughts on “Sepe encore

  1. A proposito di jazz, ho trovato questa canzone davvero fantastica:

    Mi piace soprattutto l’ assolo di trombetta che si sente alla fine, perché fino a quel momento stavamo ascoltando una canzone reggae, e all’improvviso salta fuori questo strumento così retrò, che aggiunge appunto un inaspettato e delizioso tocco jazz. Piace anche a te?

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    1. Innanzitutto grazie per il commento.
      Posso solo dirti che non me la sento di esprimermi oggettivamente su un brano che non è che cammini proprio sui binari dei miei gusti.
      Condivido il contenuto testuale, …share your revolution with me…, anche se è difficile fare la rivoluzione dagli schermi di MTV…
      Quella trombetta di cui parli sembra provenire da un synth e non da uno strumento acustico.
      È un’improvvisazione semplice ed efficace nel suo contesto, ma il Jazz è di là da venire.
      Interessante il tuo blog cinefilo, sono scarso in materia, magari, col tuo permesso, ti seguo.

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