Appendice all’Uovo (Aritanga Romba OUta)*

C’è poco da discutere, se dopo un concerto rientri a casa continuando indefesso a canticchiarne i relativi temi vuol dire che, NONOSTANTE TUTTO, ciò che hai ascoltato t’è piaciuto (o quanto meno quello che sei riuscito a carpire con quelle vecchie pantegane da palco che sono le tue orecchie ormai mezze sorde).
E del fatto che potesse piacermi davvero avevo pochi dubbi: grazie allo streaming (gratis) dal sito degli OU sapevo a memoria tutti i brani dei loro due album: il primo, Pisces Crisis, e quello testè presentato, Scrambled! (e pur sapendoli a pappardella ho approfittato del concerto per assaltare il banchetto e comprarne le rispettive copie fisiche: la musica si paga, parrà strano ma anche quello dei musicisti è come fosse un lavoro che necessiterebbe di giusta retribuzione…).
Quel “nonostante”, sia chiaro, non è certo ascrivibile alla condizione un po’ âgée del mio apparato uditivo bensì all’ignominioso trattamento audio che il locale ha riservato ai nostri.
Non è uno scandalo che un centro sociale occupato abbia un impianto residente appena insufficiente pure per i Sex Pistols (come musicista ho avuto esperienze peggiori in più agiati club del Nord Europa, per dire) però se ospiti un gruppo come gli OU hai l’obbligo morale di attrezzarti meglio.
O di declinare la serata.
Non è una condizione borghese quella di ascoltare al meglio la musica, cari compagnucci dei centri sociali, è una forma di rispetto per i lavoratori, è una forma di rispetto per l’arte, è una forma di educazione per un pubblico che in gran parte è stato disastroso (forse proprio perché non abituato alla concentrazione da ascolto ottimale: è stato un continuo chiacchiericcio, andirivieni con birrette e liquami vari, più presenze fuori in giardino che dentro a sentire un gruppo di grande valore).
La musica di Ersilia Prosperi, autrice di tutto il cucuzzaro sonoro degli OU, richiede concentrazione, non necessariamente statica anzi: ballare, pogare, sculettare come fanno a Rio o in Minnesota, dimenarsi in possessioni voodoo, scotennare galline a tempo, va bene tutto, purché sia un’attività sinergica con quello che si è venuti ad ascoltare.
Se volevate sbevazzare, ciacolare, spidocchiarvi i punti neri dal naso e farvi altri fattarelli vostri potevate andare ad un concerto di Mengoni, tanto li la musica non conta un cazzo.
Vabbè.
Ci siamo divertiti lo stesso.
In quel continuo minestrone sonoro, in quella bolla finanziaria a 200 Hz, in quel blob di riverbero e nebbia, in quello stormo di frequenze, si percepivano bene il basso e un po’ il piano verticale, si affacciava la voce (extraordinaire Martina Fadda, pure grande suonatrice di shaker, va detto) il cui suono però sembrava avesse bisogno di un buon compressore, così come quello della tromba, del sax e di tutti i fiati ospiti, quasi desaparecidos quel meraviglioso Wurlitzer d’annata e la fisarmonica, che ogni tanto ci faceva “ciao ciao” dall’ottava superiore, batteria non pervenuta (e quando perveniva non è che il suono fosse proprio bellissimo).
Col passare della serata la situazione è andata migliorando, soprattutto nei momenti di bassa dinamica (fatto salvo sempre il chiacchiericcio di buona parte della compagneria).
E la musica? Il contenente poteva essere migliore ma il contenuto ha mantenuto tutte le promesse fatte online: grande musica, grande divertimento, grande freschezza, grande “botta”.
Non voglio ripetere quanto già scritto qualche post addietro, mi limito a puntualizzare le impressioni avute dal vivo: la precisa sensazione di una scrittura simpaticamente sghemba, mediata un po’ da Kurt Weill e un po’ da Robert Wyatt, il divertissement, lo sberleffo in musica fatto con grazia, i “peti aristocratici” di Zappa (tanto ben ripresi da Daniele Sepe) fatti però con la bocca, più “ammodo”, una rilassata spavalderia che mi ha riportato alla mente atmosfere più vicine ad alcune cose della Don Ellis Orchestra (senza percussioni però, mannaggia…) che a quelle scaturite dal genio del baffone di Baltimora.
Brani pensati per sezioni apparentemente disomogenee, caleidoscopico collage dal quale fa capolino “tanta roba” tutta ben omogeneizzata dalla grande tecnica dei musicisti.
Chicca della serata una bella esibizione, magica e suggestiva, dell’Uomo Uccello, noto artista di strada, che ha aperto (e chiuso) il palco al gruppo in maniera eccentrica, simpatica ed efficace.
Da seguire questi OU, decisamente.

* Citazione liberamente tratta da una famosa scena di “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare il loro amico misteriosamente scomparso in Africa”, girato nel ’68 da Ettore Scola. In origine era una frase attestante uno stato di notevole rottura di zebedei, io l’ho inserita solo per esorcizzare l’eventuale noia del lettore che si ritrovasse a leggere lo stesso tema già affrontato due o tre post più indietro.
E che ce volemo fa’? A me l’Ovo me piasce.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...